mercoledì, 30 maggio 2007 - 20:18

Trompe l'oeil di Aglaja

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Un tempo era un villino di qualche pretesa.

Tre piani di intonaco rosa, mansarda, verdi persiane, un giardino con alberi da frutto, gazebo e panche in ferro battuto, che si affacciava nel budello principale dell’amena località balneare. Sopra la porta d’ingresso c’era una grande finestra rotonda, con una grata da cui spuntava un geranio screziato, bellissimo e profumato, che scendeva a grappolo a sfiorare l’entrata.

Era stata l’abitazione e lo studio del medico condotto del paese, ambito scapolo che lì aveva sempre vissuto con la sua mamma, fin quando un cumenda milanese lo aveva travolto, in un’afosa sera di luglio, con il Ferrarino da rimorchio.

L’anziana donna era così rimasta sola e inebetita, inutile a sé e agli altri. I figli delle sorelle si erano ben presto dimenticati di quella vecchia un po’ svanita, che, come spesso succede, aveva trovato una ragione di vita nel raccogliere in casa e nel giardino gatti randagi e malaticci, di cui si prendeva materna cura.

La trovarono un pomeriggio di luglio (poco tempo dopo l’anniversario della scomparsa del figlio), diversi giorni dopo la sua morte, vegliata da una trentina di gatti silenziosi, insensibili al tanfo che riempiva le stanze, in cui da tempo non filtrava più luce.

A lungo il villino era stato lasciato andare in un abbandono litigioso da eredi incuranti di memorie avite e avidi di contanti memorabili.

Il giardino era stato invaso dai rovi, le persiane verdi si erano scardinate e dell’intonaco rosa erano rimaste tracce imbarazzanti, come quelle di un improbabile fard sulla carnagione livida di una vecchia.

Solo il geranio screziato aveva resistito, incrollabile baluardo, al passare del tempo e incredibilmente rifioriva ogni anno, testardo padrone di casa.

Poi le questioni testamentarie si erano risolte e l’edificio – con buona pace dei ricordi e delle ombre di chi vi aveva vissuto - era stato venduto per essere trasformato in un piccolo hotel, uno dei tanti che si affollavano di foresti nelle calde estate rivierasche.

I lavori di ristrutturazione procedevano spediti: all’interno nulla fu lasciato uguale e i saloni e i salotti, e lo studio e la sala d’attesa, e le camere e la biblioteca divennero stanzette tutte uguali, dotate di ogni confort (tv, telefono, aria condizionata, bagno con jacuzzi).

Il giardino venne risistemato da un giardiniere di grido, che sostituì gli alberi da frutto con altri più decorativi ed esotici.

I gatti erano scomparsi all’apparire delle ruspe e di tutta quella folla rumorosa di architetti, muratori, operai, giardinieri, e anche il geranio screziato si era avvizzito, vinto dai calcinacci prima e da mani ruvide poi, che lo avevano gettato via.

Ci volle un anno e mezzo per terminare i lavori, ma alla fine il risultato fu eccellente: un gioiellino di albergo, nel cuore del paese, ben rifinito, di nuovo splendente di un rinnovato intonaco rosa.

Un’insegna ne annunciava il nome: “Il Geranio Screziato”. Chi aveva rifatto la facciata, si era infatti divertito a disegnare un trompe l’oeil che riproduceva, sopra l’ingresso, l’antica finestra tonda (ora eliminata) con la grata da cui trionfava il colore e l’abbondante fioritura del geranio di un tempo.

§§§

Trascorreva da sempre le ferie in quella cittadina.

Ogni estate, da quando i suoi figli erano piccolissimi, venivano parcheggiati, con sua disperazione, per tre mesi nella casa della suocera, dove un’orda parentale la travolgeva con implacabile cordialità.
Ora però i figli erano diventati grandi, i parenti si erano ridotti di numero (pace all’anima loro), suo marito continuava a parcheggiarla per tre mesi, ma lei ormai gliene era grata.

Aveva tempo, adesso, tanto tempo. Finita l’epoca in cui badava all’ora del bagno, alla merenda, ai compiti delle vacanze, alla cena per troppe persone, ai pettegolezzi del dopo cena subiti in silenzio, aveva ora il dono prezioso di ore che poteva trascorrere con se stessa, attenta solo al fruscio di pensieri che le parevano polverosi come la sua pelle e i suoi capelli.
Stava ore a guardare il mare. Non più nello stabilimento dove per anni aveva portato con le cognate figli e nipoti, ma dalla scogliera un po’ fuori paese, dove trovava solo qualche coppietta infrattata che la guardava con lo stupore divertito dell’incomprensione.
Le pareva che il mare avesse capito tutto e potesse restituirle qualche illusione, qualche ricordo, un po’ di bellezza, i giorni sprecati nell’annullarsi.

Si dimenticava persino di mangiare, lei che ne aveva sempre preparato, e in abbondanza, per tutti.
Si era fatta più magra, più sbiadita, nonostante il sole da cui si lasciava bruciare senza particolare riguardi, sempre più trasparente, tanto che nessuno pareva ricordarsi di lei, né il marito, che ormai neppure nei fine settimana la raggiungeva, né i figli, che trascorrevano le vacanze in località più alla moda con le loro compagnie rumorose, né le cognate che avevano oramai più acciacchi di lei a cui pensare.

Nel tardo pomeriggio imboccava il budello del paese, in mezzo alla gioventù caciarona che lo riempiva di colori vivaci, pelle abbronzata e odore di creme solari, e faceva una piccola spesa per la cena, guardandosi intorno, ancora curiosa di cose e persone.

Aveva seguito la storia del villino con commossa partecipazione per le vicende dei suoi ex proprietari, avvilita nel vederne il degrado, sconfortata nell’assisterne ai cambiamenti, perplessa nel constatarne il nuovo aspetto. In particolare, si era indignata per la sorte dei gatti, cui nessuno si era interessato, e per la fine ingloriosa del geranio screziato, per quanto resuscitato virtualmente dal trompe l’oeil.
Vi passava davanti ogni sera, e ogni sera alzava lo sguardo verso quel piccolo affresco, come a cercare una presenza amica che non c’era più.

Una sera, però, poco prima di giungere all’altezza del villino, fu colpita da un intenso profumo.

Si disse che era normale: a quella straordinaria fioritura screziata non poteva che corrispondere un profumo così penetrante.  Solo dopo qualche istante si rese conto dell’assurdità della cosa: come poteva un geranio dipinto emanare alcunché? Era sicuramente l’impressione di un ricordo, forse di una sera come questa, quando il profumo del geranio era intenso come quello della sua pelle.

Sorrise di se stessa e della propria memoria olfattiva.

Qualche giorno dopo, alzando gli occhi verso il trompe d’oeil, notò una macchia nera piuttosto grossa. Guardando meglio, la macchia le parve simile al musino di un gatto. Osservando con più attenzione, si convinse che dalla griglia dipinta spuntava proprio un micino che si sporgeva temerario oltre i fiori del geranio.
La donna si infilò nella bottega del salumaio di fronte, acquistò il solito etto di stracchino e il mezzo di prosciutto cotto. Prese anche un cartone di latte a lunga conservazione e un pacchetto di cracker. Cercava di indugiare il più possibile nel negozietto, sostenendo persino, cosa inconsueta per lei, una stupida conversazione sui giovani che non erano più come quelli di un tempo e sui vestiti delle ragazze che non lasciavano più nulla all’immaginazione. Tutto pur di frapporre tempo tra l’uscita dalla bottega e l’inevitabile ritorno dello sguardo al trompe l’oeil.  Scostate le unte strisce di plastica colorata, tornò in strada e alzò gli occhi. Il gatto non c’era più. Ma alcuni petali screziati giacevano davanti all’entrata dell’hotel.

Per qualche sera evitò di passare all’interno del paese, preferendo il lungomare e una spesa più consistente al supermercato affollato.

Poi non resistette e decise di ripercorrere l’usata via.

Il profumo era sempre quello. Dalla grata non spuntava nessun musino, in compenso la finestra tonda appariva illuminata.

Affrettò il passo verso casa.

Il giorno seguente trascorse ore a nuotare, con un’energia che non si riconosceva, che la spingeva pericolosamente al largo, incurante delle onde alte e del richiamo di qualche ragazzo un po’preoccupato. Tornata a riva, si lasciò asciugare da un pallido sole, che ben presto fu coperto da grosse nuvole nere che preannunciavano un bel temporale estivo.  Mentre si rivestiva, cominciarono a scendere i primi goccioloni. Aveva freddo, nel suo vestito leggero, ma indugiò nel suo cammino, che ancora una volta la riportò davanti al villino.
Il vento che si era levato scompigliava i fiori del geranio e petali screziati volteggiavano nell’aria, volando fino a lei. Il gattino la osservava curioso, stupito di quella signora che rimaneva a bagnarsi con lo sguardo rivolto verso di lui. Una mano bianca, fine, stropicciata dagli anni, lo accarezzava leggera tra le orecchie, come per tranquillizzarlo, come per consolarsi.

Intanto, la donna, per strada, rimaneva a bagnarsi, senza farsi domande.  

 

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lunedì, 28 maggio 2007 - 20:32

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lunedì, 28 maggio 2007 - 20:06

Kerguelen di Aglaja

Le parole gli parlavano. Il loro suono disegnava colori nella sua mente. Il miele delle sillabe era musica, era poesia, era un’immagine che si formava e si sfaceva con grazia. KERGUELEN. Dove poteva aver sentito quel dolce nome? Gli capitava spesso. A volte era un nome proprio, altre un aggettivo, un verbo, un sostantivo, più raramente una frase che, d’improvviso, s’illuminava, gettando un cono d’ombra sul resto, abbagliandolo e stordendolo con la propria corposità sinestetica. KERGUELEN. Quando gli succedeva, ripeteva compulsivamente dentro di sé quelle parole, gustandole, assimilandole, scomponendole, facendole proprie, dando loro – e a sé - vita nuova. KERGUELEN. Da dove veniva? Da quale conversazione, da quale scritto, da quale abisso enciclopedico l’aveva carpita? Non lo sapeva. Ma intanto non pensava ad altro. Beveva il caffè (KERGUELEN), andava al lavoro (KERGUELEN), portava avanti gli affari (KERGUELEN), chiacchierava con gli amici (KERGUELEN), giocava con il figlio (KERGUELEN), si coricava con la moglie (KERGUELEN). Persone di buon senso avrebbero consultato un vocabolario, un’enciclopedia, chiesto a un vicino, pur di scoprire il significato di quell’assillo. Ma per lui era tutt’altro che un assillo! Era una compagnia necessaria, indispensabile per riempire un vuoto inesprimibile. E poi sapeva che, al momento giusto, si sarebbe manifestata nella sua luminosa essenza: lo avrebbe avvolto nella pienezza del suo significato, gli si sarebbe offerta come un’amante dopo una lunga attesa. Ed alla fine gli apparve. Mentre aiutava il figlio a preparare la cartella, vide aperto il suo libro di geografia, ed eccolo lì KERGUELEN, anzi, eccole lì le isole subantartiche, l’arcipelago delle Kerguelen! Chissà, forse era proprio da quel libro che, inconsciamente, aveva rubato quel suono. E ora, più nitidamente, le immagini sfocate alle quali lo associava, divennero visioni più nitide e limpide nei sogni che evocavano. Immaginava se stesso andare incontro a quelle isole frustate dal blizzard. Si vedeva cercare nella tavolozza dello sguardo le più accese sfumature del paesaggio, il nero più impenetrabile di una notte senza suoni, il rosso più infuocato di un disperato tramonto, il bianco luminoso della spuma di un mare in tempesta, la trasparenza di una pioggia incessante che si abbatte violenta, l’opacità perlacea di brume oceaniche che confondevano l’abisso dei suoi pensieri. E mentre assaporava il senso di avventurosa solitudine per quel viaggio che non avrebbe mai compiuto, improvvisamente una nuova parola lo stordì: INCOMMENSURABILE. Oh! Che delizia, che splendore! INCOMMENSURABILE Come il piacere di una vita segreta.

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domenica, 27 maggio 2007 - 15:26

Nimrod di Aglaja

Lo notò per la prima volta una luminosa sera d'autunno.

In seguito non poté escludere che fosse stato presente anche in precedenza, ma si convinse che, proprio in quella bellissima serata - riscaldata da uno spettacolare tramonto infuocato, che si rifletteva sul monitor del suo portatile - ne avesse osservato l'inconsueta presenza.
In effetti, non le era mai capitato che un moscerino si posasse sul piccolo schermo del suo computer, senza svolazzare come tutti i bravi moscerini autunnali, ma quasi passeggiando incuriosito tra i caratteri neri delle parole che ella digitava.

Non gli prestò soverchia attenzione, sulle prime; al massimo, ricordò poi di aver provato un annoiato fastidio per quel puntino che si spostava da una lettera all'altra.
Forse, una o due volte cercò di cacciarlo soffiandolo via con delicatezza (non avrebbe mai fatto male a una mosca, figuriamoci ad un moscerino!), ma vanamente: ecco che ritornava a passeggiare tra i milioni di pixel dello schermo.

Incominciò a incuriosirsi dopo qualche sera. L'insettino sembrava incollato al suo monitor: non volava mai via di lì e camminava a sghimbescio, tra una parola e l'altra, con quelle sue sottili zampette nervose.

Sera dopo sera, lo osservava con sempre maggiore attenzione: ne studiò il corpo puntiforme, le aluzze quasi invisibili, le lunghe zampine stecchite. Cercò di individuarne gli occhi, ma era talmente minuscolo che non vi riuscì.

Attendeva, pian piano che passavano i giorni, di trovarne il cadaverino tra i tasti della tastiera, o appiccicato per sempre al vetro dello schermo.
Invano. Sembrava attenderla immobile, puntino senza significato su uno sfondo nero, ma poi, una volta illuminato dall'immenso occhio di bue di un desktop abbagliante di colori, ecco che il moscerino si animava e cominciava a percorrere, come saltellando, le immagini e i testi.

"Di che si nutrirà?" si chiedeva con materna sollecitudine. Dopo qualche settimana, arrivò al punto da sbriciolare cracker sulla scrivania, perché lui potesse alimentarsene. Lasciava un ditale colmo d'acqua accanto al mouse, perché potesse dissetarsi. Apparentemente, non fu mai toccato nulla.

"Cosa sto facendo?" si domandava, incredula di se stessa.

Lo stupore aumentò quando si sorprese a scrivergli una lettera. "Chi sei? Cosa fai nel mio computer? Perché sei qui?"
Fu certo una banale casualità quella che spinse il moscerino a muoversi con lentezza tra le parole della lettera, posandosi con studiata lentezza ora su una vocale, ora su una consonante, quasi come se stesse.."..formando una parola! Sta formando una parola, una frase!! S-O-N-O-Q-U-I-P-E-R-T-E  'Sono qui per te' Sei qui per me? Cosa vuoi?", domandò ad alta voce, ma non le rispose che il consueto silenzio della sua casa. "Devo essere impazzita" si vergognò tra sé e si andò velocemente a coricare.

Ma la sera seguente, ecco che di nuovo il suo moscerino si rianimava all'accendersi del computer. Ma dove stava durante il giorno? Possibile che si rifugiasse all'interno della macchina? Chissà in quali minuscoli pertugi si infilava, quali circuiti percorreva, in quanti fili si disbrogliava..

Decise di ritentare l'esperimento. Scrisse: "Cosa vuoi?" e, sotto, tutte le lettere dell'alfabeto. Attese qualche minuto e la sua pazienza fu premiata: piano piano, come studiando uno specifico percorso, l'insetto si spostava tra i caratteri, una o più volte, componendo infine una frase di senso compiuto: "Sei sicura di volerlo sapere?"
Lei trovò questa risposta irritante e vagamente minacciosa, quindi la ignorò, dandosi della matta, e riprese il suo lavoro.  Non riusciva però a concentrarsi e, come la sera precedente, andò prima del solito a dormire.

Trascorse qualche giorno imponendosi di ignorare le mosse del moscerino: batteva furiosamente i tasti, concentrandosi su quanto andava scrivendo, non degnando di uno sguardo le nervose zampettine che solcavano, avanti e indietro, il monitor.

Infine non resistette e digitò: "Sì, lo voglio sapere!" e poi scrisse ancora una volta le lettere dell'alfabeto. Questa volta il moscerino compose una strana parola: "Nimrod". Che mai voleva dire? Nulla, senz'altro. La cosa, seppur la deludeva, d'altro canto la consolava: dopotutto era un semplice, innocuo insetto che casualmente si era posato su alcune lettere senza significato.

Alcune sere dopo, mentre stava redigendo un importante documento, sentì come se qualcuno la stesse osservando. Non c'era nessuno nella stanza, tranne lei e.."Il moscerino!" esclamò atterrita, notando per la prima volta un puntino candido che spiccava sul nero del minuscolo corpicino. "Possibile che abbia un occhio solo?" si chiese. Ancora una volta digitò l'alfabeto e ancora una volta, muovendosi in quel modo strano, tutto a sghimbescio, le zampine formarono quella sconosciuta parola: "Nimrod".

"Ma che significa?" quell'occhio bianco pareva ora fissarla con scherno e il letto fu nuovamente la sua via di fuga.

Il giorno seguente si diede alla ricerca del significato di quel misterioso termine: era un nome. Lo trovò ad indicare un cd dei Green Day, un'operazione antiterrorismo dello Special Air Service britannico, una software house specializzata in emulazione software di attività umane al computer, il re che volle costruire la torre di Babele, il re assiro che.. si sentì svenire.
Aveva appena letto la traduzione di un brano di Muhammed ben Garir Tabari, storico arabo del IX secolo d.C., in cui si raccontava la fine del creatore di un grande impero.

"Dio ispirò a un moscerino fra i più deboli, orbo d'un occhio e zoppo, di scendere dall'aere e posarsi sulle ginocchia di Nimrod. Costui tentò di colpire il moscerino, ma quello volò via, gli entrò nella narice, da lì risalì fino al cervello, e cominciò a mangiare. Nimrod si colpì la testa e il viso con le sue proprie mani. Ogni volta che la testa di Nimrod veniva colpita, il moscerino si fermava e non mangiava il cervello, così che quel principe aveva requie. Perciò, per diminuire i suoi dolori, bisognava dargli continuamente colpi sulla testa; appena si smetteva di colpirlo, il moscerino ricominciava a mangiare il cervello e Nimrod non aveva pace. C'era sempre una persona impegnata a colpire con qualcosa la testa di Nimrod, per procurargli un po' di sollievo. Quel principe ordinò che venisse forgiato un martello da fabbro, e i principi, i comandanti dell'armata, e i cortigiani più intimi, quei pochi rimasti vivi, prendevano quel martello e picchiavano sulla testa di Nimrod, alternandosi l'un l'altro. Più i colpi erano forti e violenti, più Nimrod era soddisfatto. Quando cominciò a provare il tormento del moscerino, Nimrod aveva regnato per mille anni; fino a quel giorno non aveva provato alcun male. Si dice che abbia vissuto ancora quattrocento anni, con quel moscerino che gli rodeva in continuazione il cervello; e ogni giorno degli uomini si alternarono per dargli martellate sulla testa. Dopo aver vissuto mille e quattrocento anni, Nimrod morì"
[Tabari, I profeti e i re. Una storia del mondo dalla creazione a Gesù (a cura di Sergio Noja), tr.it. S. Atzeni, Guanda, Parma 1993].

Tornata a casa, armata di una bomboletta di insetticida, si precipitò nel suo studio, accendendo con precauzione il suo portatile.

Il moscerino non era più sullo schermo!!!

Guardò con circospezione tra i tasti, sul mouse.
Nulla.

Allora cominciò a spruzzare insetticida come una pazza ovunque, negli altoparlanti, dalla ventola, in ogni pertugio del computer e della stanza.

Nulla: nessun ultimo fremito di ali o di zampine, nessun cadaverino stecchito.
Nulla, se non un'emicrania sempre più fastidiosa, sempre più forte, sempre più insostenibile.

Fu quella sera che iniziò a dare testate nel muro, così forti che i vicini, gli stessi che in vent'anni non l'avevano neppure  mai salutata, allarmati chiamarono il 113.
Venne ricoverata in un centro di igiene mentale, dove si trova ancor oggi, intenta a colpirsi la testa appena la sorveglianza si allenta. Se interrogata, ripete ossessivamente una sola parola: "Nimrod, Nimrod, Nimrod!"

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In ---> parole, bozzetti, nimrod
mercoledì, 23 maggio 2007 - 20:47


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In ---> parole, fuoco
martedì, 22 maggio 2007 - 15:35

GRAFOLOGIA La posta della Dott.ssa Talora Ciprendo

di Aglaja

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I segreti della personalità rivelati dall'analisi della scrittura. 

Grafologia: una scienza esatta, che non sbaglia mai. Ma proprio mai!

Dott.ssa Talora Ciprendo, esperta in analisi grafologica

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 Il Signor Fred Astaire ci scrive chiedendoci se gli studi di danza che ha intrapreso sono a lui congeniali. Caro Fred, l'analisi della tua firma è rivelatrice: tu tracci la "F" del tuo nome in modo ascendente, con un laccio superiore; un altro laccio o nodo è realizzato nel cognome, barrando la "t" in modo discendente. Con questi segni tu sembri accennare ad un salto o piroetta, che si conclude, però con un tonfo per un'assoluta mancanza di equilibrio. La firma è leggibile: con la "F" disegni un triangolo, mentre la "A" iniziale del cognome è aperta; questi indizi rivelano la predisposizione agli inciuci e una moralità molto elastica. La "s" è invece tracciata tipograficamente: questa riflette il gusto per la nettezza, ma anche una facilità comunicativa che può tradursi in disinvolta affabulazione. Le altre lettere denotano assoluta fiducia in te stesso unita a una certa dose di cialtroneria.

 Ciò considerato, caro Fred, mi sento di sconsigliarti gli studi di danza: hai tutti i requisiti per affermarti come rappresentante di prodotti per la pulizia della casa o come collaudatore di biancheria intima. Al limite, datti alla politica.

 Saluti,

 Dott.ssa Talora Ciprendo         

 

La Signorina Marilyn Monroe manifesta, nella simpatica missiva che ci ha inviato, il desiderio di realizzarsi come donna e madre: il suo sogno è infatti quello di sposare un brav'uomo e formare una numerosa famiglia. Cara Marilyn, sono lieta di dirti che la grafia conferma le tue attitudini casalinghe e il tuo bel caratttere sereno e responsabile. Le due "M", alte e alzate con movimenti rapidi e bruschi, denotano il senso di sicurezza interiore che trasmetti. Nella parte bassa delle stesse, nel gancetto con cui terminano, troviamo il segno proprio di chi, nella vita, non avrà mai quel senso di insoddisfazione e tormento che rovina tante esistenze solo apparentemente spensierate. Per questo mi sento di dirti che sarai un'ottima sposa e una mamma dolcissima. Ce ne fossero donne di casa come te!   

Saluti,

Dott.ssa Talora Ciprendo 

 

 

 Il Signor Adolf Hitler esprime invece, nella breve lettera che ci è pervenuta, una certa confusione esistenziale che gli rende incerta la via da seguire. La "A" molto aperta di Adolf indica facilità di parola, il taglio trasversale della "f" è segno di istrionismo, caratteristica che unita alla dote sopra citata, ti sarà utile per intraprendere una carriera nel mondo dello spettacolo. Le ultime lettere che sembrano precipitare verso il basso, potrebbero suggerire un talento per i ruoli tragici, come l'Amleto o il Re Lear. Il punto dopo la firma traduce invece il desiderio di trovare stabilità. Rivolgiti dunque al Teatro Stabile della tua città per informarti sui corsi di recitazione.

Saluti,

Dott.ssa Talora Ciprendo 

 

 

 Il giovane Sigmund Freud appare molto determinato: ci scrive che desidera portare a conclusione i suoi studi di medicina e che è intenzionato ad approfondire il campo neurologico. Caro Sigmund, non sarò certo io ad impedirti di portare a termine quanto ti sei prefissato, mi limiterò a mettere in evidenza i tratti della tua personalità che appaiono dalla tua grafia. A te poi trarre le conclusioni. Quando la firma discende in maniera così accentuata, esiste la tendenza a un pessimismo esistenziale profondo, un odio nascosto verso gli altri, che sono visti soltanto come potenziali nemici e soperchiatori. Il gancio finale della "d" che rilancia verso l'alto il cognome, rivela una personalità aggressiva, tipica delle persone sessualmente disturbate. 

A fronte di questi preoccupanti indizi, caro Sigmund, ti invito a ripensare se la professione di medico è proprio quella a te più confacente, o se non è meglio tentare altre strade. Prova a prendere in considerazione la lap dance o l'hackeraggio informatico.

Saluti,

Dott.ssa Talora Ciprendo 

 

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martedì, 22 maggio 2007 - 11:22

acchiappaparole
Maggie Taylor è un'artista che amo molto. Le immagini surreali che crea avvalendosi di fotografie d'antan rielaborate digitalmente e pittoricamente, sono spesso sfondo analogico e suggestivo ("illuminazioni favolose", per dirla con Ungaretti, "corrispondenze", come scrive Baudelaire) ai miei deliri esistenziali. In questa immagine vedo me stessa, lettrice appassionata e arrancante scrittrice, collezionista di parole mie e altrui, indispensabili strumenti di fuga. 

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In ---> parole, figure, fughe, aglaja, maggie taylor
lunedì, 21 maggio 2007 - 22:34

DAL CONCESSIONARIO di Aglaja

- Buongiorno, signora, desidera?
- Buongiorno, vorrei una personalità nuova
- Ha già in mente qualcosa?
- Sì, mi piacerebbe sicura di sé, carismatica, cinica quel tanto che basta per non rimanere mai a terra..
- Ho proprio il modello che le interessa: cambio comportamentale automatico e pensieri sequenziali, trazione a sé integrale, alimentazione dell'ego costante, sospensioni del giudizio ben calibrate. Ha un controllo di sé perfetto e una tenuta di opinione a prova di sbandamenti. E poi è una full optional: alza barriere elettrico, tergilacrime a tre velocità, coscienza decappottabile che sparisce all'occorrenza. E la linea! Non si può non rimanerne affascinati: la sua aerodinamica la rende sfuggente al controllo altrui e perciò assolutamente desiderabile.
- Davvero notevole. Ma il consumo?
- Consumo di sentimenti irrisorio, risparmio di nervi assicurato.
- I costi?
- Beh, signora, comprenderà che una personalità di questo livello ha dei costi piuttosto elevati..
- Mi rendo conto. Quanto elevati?
- Diciamo che, con un ragionevole anticipo di egocentrismo, se la può cavare con una decina di persone calpestate in comode rate.
- Interessante. Avrei però una conditio sine qua non: il ritiro dell'usato.
- Vediamo, lo dovrei valutare..
- L'ho qui con me, l'osservi: è una personalità vecchio modello, ma comoda e confortevole per essere usata dagli altri. Certo, ha qualche bottarella, ma..
- Ma signora! Alla faccia di "qualche bottarella"! E' tutta ammaccata, non vede? E poi, andiamo! Guardi tutta la strada che ha percorso: l'ha completamente usurata! Questi modelli, poi, consumano tante di quelle emozioni che occorre farne il pieno continuamente. E la linea! Non lo sa che lo stile ciabatta sfondata non lo vuole più nessuno? faccia poi sentire l'impianto di diffusione.. non ci siamo neanche qui: ha pochi canali e il suono è distorto. Insomma, signora: capisce bene che un relitto simile non posso certo ritirarglielo, mi rimarrebbe sul groppone, non ha mercato!
- Ma se non me lo ritira non posso permettermi di acquistare una nuova personalità!
- In tal caso non posso aiutarla, signora, benché..
- Benché?
- Benché un consiglio posso sempre darglielo..
- Mi dica.
- Porti comunque la sua attuale personalità dallo sfasciacervelli: andare in giro con un simile rottame è pericoloso per sé stessa e per gli altri.
- Seguirò senz'altro il suo consiglio. Arrivederla.
- Addio.

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