sabato, 30 giugno 2007 - 16:50
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martedì, 26 giugno 2007 - 10:25
LE VACANZE DELLA BAMBINA di Aglaja

aglaja bambina
La bambina ha uno sguardo rassegnato.

E' tempo di vacanze. E' tempo di follia.

Già normalmente casa sua è abitata non da persone ma da cartoni animati che cambiano continuamente i tratti grotteschi dei volti: le bocche si aprono spesso a dismisura e un sonoro troppo alto distorce le voci in grida senza senso; gli occhi si dilatano spaventosamente o si stringono minacciosi; le fronti si aggrottano e mille rughe segnano i lineamenti in smorfie dolorose. Raramente le labbra si distendono in un sorriso, raramente le mani che gesticolano nervose si protendono carezzevoli, raramente le parole rancorose diventano favole che aiutano a dormire, a sognare. Quando succede è una festa. Quando succede, di solito, è perchè la bambina sta male.

Ora è estate. Bisogna mettersi in viaggio.

Nessuno ne ha voglia. Ma si deve andare in vacanza, tutte le famiglie lo fanno. Se si finge di esserlo occorre partire. Sono tutti nervosi, esasperati, tesi, scontenti. La meta è sempre la stessa: una pensione familiare con pretese da hotel, in una località termale per pensionati con pretese mondane.

Vanno da anni lì: ormai li conoscono, non fanno tante domande, le conversazioni sono rassicuranti, il cibo è genuino e senza tante storie.

Le giornate sono sempre uguali: lunga passeggiata fino alle terme, sorsate amare alle fonti con i boccali di vetro spesso (anche la bambina ne ha uno, piccino e fragile, con un pinocchietto bugiardo come lei, che è sempre altrove), la mezz'ora di libertà (della bambina - lasciata ad ascoltare l'orchestra dello stabilimento termale che si esibisce nel repertorio delle operette – e degli sfinteri degli adulti), abbondante colazione (lotta con la nonna per avere l'ultima brioche: vince sempre la nonna), passeggiata davanti alle vetrine (acquisti quotidiani di cianfrusaglie costosissime ed inutili), aperitivo, pranzo, eterno riposino pomeridiano (riempito di giornalini e librini consumati), passeggiata fino al parco (“non correre, non sudare, non sporcarti, non parlare con chi non conosci, non raccontare niente di te, stai vicina a noi, stai seduta sulla panchina, stai ferma”), seconda missione giornaliera nei negozi, secondo aperitivo, quotidiana fuga davanti ai fotografi del corso (solo una foto a stagione: i visi invecchiano, la bimba cresce, l'infelicità è stazionaria), cena, dopocena sotto il pergolato dell'albergo, chiacchiere poco impegnative con gli altri anziani ospiti (argomento principe: la guerra), e poi a nanna, in attesa di ripetere l'indomani gli stessi gesti, le identiche parole.

“Si parta, dunque, ma ci si sbrighi”, pensa la bambina, che finge di essere un portaombrelli, un cane di ceramica, la cuccia del cane vero che, come lei, si mette in un angolo ed insieme osservano e ascoltano gli umani adulti che recitano l'usato copione.

"Hai preso tutto? Prendi la valigia grande! Il gas! Hai chiuso il gas? Le chiavi! Hai preso le chiavi? Anche quelle di riserva? Porco mondo! Rispondi quando ti parlo! Non fare quella faccia! Mi prendi per stupida? Credi che sia scemo? Chiudi le tapparelle! Hai tirato giù le tapparelle? Le porte delle camere! Hai chiuso tutte le porte? Hai preso gli ori? Hai nascosto gli argenti? Dove hai nascosto gli argenti? Dimmelo, maledizione, che ti dimentichi tutto! (alla bambina: Possibile che sei dappertutto? Possibile che non ti si trovi mai? Possibile che devi sempre fare pipì? Possibile che ti devi portare tutti quei librini? Possibile che mangi sempre?) Allora! Siamo pronti? Il taxi è arrivato? Quando arriva il taxi? Non avrai dimenticato di prenotare il taxi! Lo sai che non posso salire sul treno! Lo sai che il pullman mi fa patire! Ti dico che il taxi sono giorni che l'ho prenotato! E allora dove diavolo è il taxi? Perchè non arriva il taxi? OOOOOOOOOH! Ecco il taxi!”

A volte va peggio. Come l'altr'anno, quando c'era stata una di quelle spaventose litigate in cui venivano pronunciate parole incomprensibili, sibilati nomi sconosciuti, rinfacciati episodi e frasi che avevano l'effetto di scatenare gesti larghi e drammatici (rivede ancora suo nonno, in ginocchio, battere i pugni sul divano piangendo), grida (“sì, vi odio, come voi odiate me”) e lacrime. Lei era eccitata ed atterrita ad un tempo, curiosa di sapere di più, di capire il motivo di tanto rancore, di tanta sofferenza, e però sconvolta dalla violenza di quei sentimenti dilanianti, di quegli adulti che sembravano vivere di quell'odio che, spesso represso, ogni tanto esplodeva incontenibile.

L'altr'anno sembrava dovesse saltare la partenza. Poi qualcuno si era accorto che la bambina tremava e piangeva con lunghi singhiozzi che la scuotevano, così erano partiti lo stesso, “per lei, così non ci pensa”.

“Dunque partiamo” , si tranquillizza la bambina. L'autista del taxi li conosce: è sempre lui che li accompagna e poi li va a riprendere.

“Buongiorno, mi aiuta a prendere le valige, per cortesia? Ecco quella di lato, questa va sopra, non schiacci questa che è delicata. Dai su entate, cosa aspettate? (la bambina: “Posso stare davanti?”) Tu stai dietro. Va davanti la nonna (la bambina: “Non potrei per una volta stare davanti?”) NO! Mettiti dietro e dormi.”

Si esce piuttosto in fretta dalla città e si imbocca l'autostrada.

Alla bambina piace l'autostrada, piace guardare oltre i guardrail e sognare, ma..

“La bambina ha preso la pillola contro il mal d'auto? Lo chiedi a me? Dovevi occupartene tu! Devo pensare a tutto sempre io? Toccava a te dargliela? A me? A te! Io? Tu! No, tu! No, tu!”

La bambina intanto ha già vomitato nel collo dell'autista e ora respira nel fazzoletto imbibito di acqua di colonia della nonna.

“Beh? Va meglio? Lo sai che devi avvertire quando ti senti male! E' già il secondo anno che sporchi la macchina e il signor Carlo. Chiedi scusa. Come mai non parli? Stai ancora male? Carlo accosti, per favore. Ecco fatto, ripartiamo pure. Adesso però non metterti a canticchiare come al solito. Dormi un po', che ti fa bene!”.

Al che la bambina si rattrappisce nell'angolo estremo della vettura e finge di dormire. In realtà, anche se un po' intorpidita, guarda attentamente le strade e i campi, le case e la gente, gli animali e gli alberi e tutto quello che attraversa veloce il suo sguardo e si sedimenta per sempre nella sua mente. Gioca a tenere a mente immagini e scene intraviste: un ragazzo che gioca con un cane, un cartellone pubblicitario con una gialla pastasciutta fumante, cavalli fermi sui prati, cipressi scossi dal vento, un automobilista appiedato, bimbi che, come lei, sul ciglio della strada mostrano il loro malessere.

La bambina immagina di scappare dalla lunga macchina scura e di arrampicarsi su quei monti verdi che corrono ai lati dell'autostrada. Sa, con incrollabile certezza, che lassù sarebbe felice, lontana dalle urla, dalle lacrime, dalle vecchie signore che incontrerà all'albergo e che, di nascosto dai suoi, le faranno quelle domande proibite a cui le è stato detto di non rispondere mai, o di mentire.

Così la bambina, simula il sonno che la porta via e sogna foreste vergini, ruscelli freschissimi, una casa sull'albero, un cane-scimmia che parli con lei, mentre il taxi, inesorabile, la sta portando verso quella vacanza, che vacanza non è.
lunedì, 25 giugno 2007 - 16:43

 VITE DEI SANTI: SAN FETECCHIA  di Aglaja

L'abate Fetecchia, fondatore dell’ordine monastico dei Flatulenti, fin dalla giovane età aveva manifestato una forte inclinazione alla vita solitaria e alla preghiera, inclinazione fortemente incoraggiata dalla famiglia e dagli amici che rifuggivano la sua miasmatica presenza.

Pur vivendo tra facili tentazioni (acque aromatiche, balsami odorosi), essendo figlio di uno speziale, il giovane Fetecchia rifiutava l’uso di qualsivoglia palliativo per ovviare ai suoi refoli corporali, sostenendo che se quella era la volontà divina, chi era lui per opporvisi?

Dopo aver professato per tre anni la regola cistercense nel monastero di Santa Coreggia in Classe, non pago di quella vita, a ventisei anni decise di seguire l’esortazione di Padre Frogia a condurre vita eremitica, sul monte Ano. Qui ebbe notizia del cenobio pirenaico di S.Pedro de Hediondez e volle imbarcarsi per questa nuova avventura spirituale, in compagnia di un devoto veneziano Gian Puteolo, che volle seguire Fetecchia nelle sue peregrinazioni e per questo proclamato beato qualche anno dopo. Fetecchia trascorse tra i Pirenei dieci anni, dando al cenobio spagnolo un netto orientamento eremitico: tutti i monaci, difatti, lasciarono il monastero per ritirarsi in solitudine a respirare.

Ovunque andasse, Fetecchia diffondeva il benefico contagio della vita solitaria: tornato nella sua casa natale a Puteoli, il nostro religioso convinse pure suo padre a farsi monaco, pur di sfuggirgli.
Le sue peregrinazioni avevano tuttavia uno scopo ben preciso: la riforma dei monasteri e degli eremi, sul modello di una nuova tecnica di aromaterapia che favoriva la concentrazione e il distacco dalle meschinità secolari. Nacque così, tra la fitta boscaglia alpina, a ridosso dell'alto Casentino, l'eremo di Canasuto, che prende nome dal « campo » di un certo Nasuto che fece dono di quel luogo a quell’uomo speciale in cerca di solitudine.

Ma Fetecchia, tanto desideroso di appartarsi dagli uomini per assecondare la propria inclinazione alla vita olfattiva, pareva destinato a un irrequieto peregrinare.

L'imperatore Ottone, che nutriva per il monaco-eremita una profonda ammirazione, lo elesse abate proprio di quella Santa Correggia in Classe, dove aveva iniziato la sua vita monastica. La dignità abbaziale, tuttavia, non s'intonava al suo ideale di vita e, dopo solo un anno, Fetecchia depose ai piedi dell'imperatore il pastorale, congratulandosi in quell’occasione con il sire per la fetenzia delle sue estremità. Pentito per aver ceduto, seppur per poco, a quella ch'egli considerava la tentazione del prestigio, scelse di andare il più lontano possibile, nell'abbazia di Gatticanì. Anche qui importò il suo afrore ascellare, dando alla spiritualità di quei monaci una più accentuata intonazione contemplativa e, manco a dirlo, eremitica.

Da Gatticanì partì poi per nuove avventure spirituali, riformando monasteri e fondandone di nuovi a Sassoscasso, a Fogliamorta, a Ramosecco, a Fonteputrida e Valpassita, dove lo colse la morte, il 9 aprile 1020 e dove gli fu data solenne sepoltura. Ma anche dopo la morte Fetecchia non ebbe fissa dimora. Il 7 gennaio 1488 le sue spoglie – da cui continuava miracolosamente a scaturire lo stesso afflato dei giorni belli - vennero trasportate sul monte più alto dei dintorni e chiuse in un’urna a tenuta stagna.

Quel giorno segnò anche la data della sua festa liturgica e del lancio del primo deodorante sul mercato.

 

domenica, 24 giugno 2007 - 20:01
ULTIMA VISIONE di Aglaja&Mozo


Aveva pensato di posarli là.

Non li avrebbe notati nessuno. Non è poi così improbabile dimenticarsi di un paio di occhiali. Si invecchia, si diviene più miopi, le mode passano, ci si stufa di un paio di occhiali con la montatura consumata da sguardi e lineamenti pesanti.

Si guarda intorno.

Oltre la casa abbandonata, la strada sterrata è quasi soffocata da ciuffi incolti d’erba. Spazzatura in decomposizione, water e giornali vecchi, grilli e lattine, un triciclo seminuovo. E ora un paio dì occhiali. Così, adesso, lei non c’è più del tutto. Anche il suo sguardo celato dai riflessi di vetro.

Mentre si allontana, lo fissano ancora.

Ed è un rimprovero che lo trafigge.


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giovedì, 21 giugno 2007 - 20:15

SENZA GUSCIO di Aglaja

La osservo, in questa serata grigia di pioggia indecisa, di nuvole basse, di suole consumate che si sottraggono alle strade consuete. Osservo, restando ferma ai bordi della creusa, la limaccia, lumassa bousa, e relativizzo alla mia immobilità il suo moto. Procede impercettibile, implacabile e inconsapevole, neppure conscia di una precarietà che sa di eterno, nel suo riproporsi inevitabile. Trascorre l'orto, la strada e il tempo con costante lentezza, con sfuggente determinazione. Scivola viscida sulla scialba e sottile scia lasciata. Nulla difende il corpo molle e oblungo: flaccida nudità ondulante su muco vischioso. Nella viridità di erbe e muschi si inoltra, strisciando quieta. Oscuro è quanto nell'umidore si cela, ma rifugge luce e calore: appartiene alle sfumature della sera, alle ombre della notte, alle serene inquietudini del riposo altrui. Cerca, nel rezzo amico, polpa di piante generose e foglie che la sostentino e la proteggano. Si nasconde. Il necessario piacere dello sfuggire. La scelta obbligata. La sua natura. Ovvio riconoscersi in quel corpo indifeso, nudo di inconsistente vulnerabilità, nel suo scivolare invischiato del proprio umore. Immagini di un'infanzia di paese materializzano ombre di vecchi: ingoiano limacce vive, persuasi che la bava possa sanare uno stomaco ulcerato di fatica e dolore. E poi un bambino: ginocchia, graffiate come le mie, affondano nella terra bagnata dopo il temporale. Nel piccolo pugno stringe sale. Si china sulla limaccia che spunta nell'erba. Una neve di infiniti cristalli si posa sul corpo scuro e molle, che ora si contorce, si asciuga, si spegne in un'agonia crudele, da cui scappo inorridita. E' celata, ora, al mio sguardo, inghiottita da un anfratto gentile. Resta di lei la scia d'argento, preziosa come le vite inutili. Insensato il mio restare immobile. Ma sento che il sale sta bruciando anche me.

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mercoledì, 20 giugno 2007 - 16:31
in cornice
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martedì, 19 giugno 2007 - 20:23

1) UNA BAMBINA CATTIVA di Aglaja

    

La odiava e l'amava.

Quella bambina così strana era la figlia di sua figlia eppure era un'estranea.

Sì, certo, il naso grosso, volgare, era indiscutibilmente lo stesso suo, ma quei capelli così neri, quegli occhi così scuri e quello sguardo così.. così.. irritante, ecco! non era certo "roba" sua.

La bambina sapeva di non piacere a sua nonna. Spesso la rimproverava di non essere come era stata sua madre: dolce, remissiva, obbediente.

Potevano passare anche settimane senza che l'anziana donna le rivolgesse parola, offesa per uno sbuffo, o per un sopracciglio alzato, o per una canzone cantata a voce troppo alta, o per una risata fraintesa, o per una risposta giudicata non sufficientemente rispettosa.

Poi, magari, fiera di lei per i risultati scolastici, o ruvidamente impietosita per quel suo stare in disparte, le comprava un orologio d'oro, un anello prezioso, un vestitino tutto pizzi e falpalà, cose che la bambina non richiedeva e neppure gradiva, ma che importanza aveva? Avrebbe fatto qualsiasi cosa per un po' di quiete, per una parola affettuosa. Anche un oggetto, quindi, in vece di una carezza, poteva essere un buon risultato.

Eppure, a sentire gli altri, quelle due si somigliavano molto più di quanto pensassero e, forse, desiderassero. La vecchia era ostinata, diffidente, sagace, sempre pronta alla battuta tagliente . In casa era lei a comandare e l'unica che le teneva testa, con suo grande scorno, era proprio quella bambina testarda, impenetrabile, che sorprendeva a volte a fissarla con un sorriso beffardo, che le faceva prudere le mani. Quella bambina che ogni giorno pareva si destasse con l'unico scopo di ricordarle l'errore di sua figlia, lo scandalo e l'umiliazione subìta.

Talora la rabbia che la piccola le provocava (di proposito? la donna era convinta di sì), si trasformava in un'ira incontenibile, violenta, che veniva sfogata picchiando con furore quel viso cattivo, maligno. Il nonno provava a intervenire ("La testa no, le fai male, la rovini!"), ma a nulla valevano le sue parole (come sempre, del resto).

Una volta, la bambina aveva commesso qualcosa di imperdonabile (aveva sbuffato? disobbedito? non aveva abbassato lo sguardo?) e la nonna venne colta da uno di questi accessi di odio. Era una donna molto grassa, lenta nei movimenti, ma quella volta rivelò un'insospettata agilità nell'inseguire la diabolica bambina che si sottraeva alle sue percosse rimpicciolendosi contro la libreria, accucciandosi per terra. La nonna le era addosso, forse voleva colpirla facendo cadere i libri; allora la bimba cercò rifugio sotto la scrivania, ma venne stanata anche da lì, strattonata e quindi chiusa in quella stanza, dove faceva i compiti. E difatti, finita la tempesta, si rimise seduta alla scrivania, provando ad aprire i libri. Ma quella volta no, non ci riuscì, continuava a tremare, a essere scossa da violenti singhiozzi. Sentiva la sua voce che provava a dire non so che parole di odio e di rivolta, ma neppure la riconosceva, tanto era stravolta da un pianto irrefrenabile. Sentì la voce della domestica, Marisa, con cui pure non aveva molta confidenza e che mai aveva mostrato tenerezza nei suoi confronti, osare riprendere la sua padrona: "Ma signora, è solo una bambina, non può trattarla così!", ma quelle parole ebbero solo l'effetto di riaccendere l'ira della vecchia che sbottò: "Ah sì? E allora se non sta bene con noi, che se ne vada da suo padre!".

Ecco, questa era la minaccia più feroce, la paura più folle, l'incubo più spaventoso che potesse toccare alla bambina.

Da sempre, quando la si voleva acquietare, le si prospettava il suo abbandono presso la casa paterna, presso l'uomo che proprio la nonna le aveva minuziosamente descritto nelle sue più rivoltanti miserie e piccinerie. L'uomo che, così le era sempre stato detto, l'aveva lasciata a loro per danaro. L'uomo che, una tantum, la veniva a prendere, le faceva conoscere persone che non le piacevano, la spaventavano, e che le raccontava clamorose fandonie, trattandola come una scimmietta stupida. L'uomo che aveva schifo di baciare negli ipocriti saluti di circostanza, quando la riportava al termine dell'imbarazzata ora domenicale (quando si ricordava di venire a prenderla, naturalmente). L'uomo che anche nella sua assenza era più presente di qualunque altro, perchè sempre al centro di liti furibonde, recriminazioni, accuse, pianti e grida.

La bambina, dalla stanza, sentì che il nonno era rientrato. Sentì anche la nonna che urlava "..una lezione..deve capire..non può continuare..". Sentì ancora la voce maschile che tanto amava, la voce delle favole, delle consolazioni, borbottare qualcosa. Poi, un nonno che non conosceva, con gli occhi bassi, entrò nella stanza e con voce incolore le disse: "Véstiti". "Dove andiamo? dove mi porti?" singhiozzava lei. "Da tuo padre. Andiamo" le rispose lui.

La bambina si mise a gridare, e gridava e gridava e gridava "NO! NO! NO! NO!", ma il nonno, questa volta implacabile, senza mai guardarla in viso le fece indossare il cappottino, e la tirò verso la porta, col cane che guardava la scena esterrefatto, mentre la nonna sorrideva trionfante. Uscirono, la bambina che si attaccava al corrimano delle scale, al pomolo del portone, agli angoli dei palazzi, mentre il nonno la trascinava per strada, come se non vedesse gli sguardi curiosi dei passanti, i commenti beffardi che invece arrivavano alla bambina ("Che bimba capricciosa!" "Perchè piange così?" "Guarda come si fa tirare!"). Le sembrava che il cuore dovesse scoppiarle, non riusciva neppure più a versare lacrime, la voce le si era arrocchita. Giunti all'imbocco della via dove abitava suo padre, la bambina cadde ginocchioni, stremata, avvolta in un buio che le faceva risuonare nelle orecchie i colpi impazziti del suo cuore. Fu allora che il nonno finalmente si fermò. "Vuoi che torniamo a casa?". La bambina, stranita, non ebbe la forza di rispondere. Sentiva un sapore ferroso in bocca. In un rombo confuso le parve che il nonno continuasse: "..e devi promettere di essere buona, di non fare arrabbiare la nonna ..perchè la nonna, sai, ti vuole bene, ma tu le devi obbedire, devi essere gentile con lei ..lo sai che sei tutto quello che abbiamo ..almeno tu, dacci un po' di tranquillità ..allora lo prometti? Di', lo prometti?". La bimba si riscosse. Non riusciva a mettere a fuoco il nonno. Provò a parlare, non riusciva neppure a far quello. Un dolore sordo sembrava aver sostituito ogni altra cosa in lei. Forse fece un cenno con la testa, forse il nonno finse di scorgere un assenso, un cedere alle richieste necessarie per il perdono. In quel buio, la bambina fece ritorno a casa e in seguito non riuscì mai a ricordare cosa avvenne dopo, se la mamma, tornata a casa, seppe mai cosa fosse accaduto; se la nonna ripensò mai a quella giornata, certamente per lei uguale a tante altre; se il nonno che tanto l'amava (e che spesso lei vedeva piangere) riuscì mai a perdonarsi.

 

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lunedì, 18 giugno 2007 - 15:24

   Le vignette di Aglaja: clicca sulla matita  

   

   Il Lanternino di Enzo Costa: clicca sull'immagine 

lunedì, 18 giugno 2007 - 11:50

GRAFOLOGIA La posta della Dott.ssa Talora Ciprendo

di Aglaja


I segreti della personalità rivelati dall'analisi della scrittura
Grafologia: una scienza esatta, che non sbaglia mai.
Ma proprio mai!

Dott.ssa Talora Ciprendo, esperta in analisi grafologica

***

  Il Signor Walt Disney è un bizzarro vecchietto che ci espone un suo curioso problema: è da diversi lustri ossessionato dall'immagine di un topo che gli appare ovunque e in qualsiasi circostanza. Ma ultimamente tale problema è parso aggravarsi: ogni persona che lo avvicina perde i tratti umani e assume le sembianze di un animale con guanti gialli. Il Signor Pippo, ad esempio, suo vicino di casa da più di cinquant'anni, gli appare ora come un cane piuttosto sciocco con un buffo berrettino in testa. Il Signor Disney è piuttosto disperato, ma ha ritegno di parlare con chicchessia delle sue allucinazioni. Ci chiede dunque se, attraverso un'analisi grafologica, sia possibile arrivare a una spiegazione del fastidioso fenomeno. Caro Walt, in effetti nella tua firma vi sono i prodromi di una personalità facile preda della fantasia: le lettere che la compongono paiono animarsi in immagini e figure con vita propria. Essa mostra, con i suoi ghirigori sorridenti, una vitalità, un movimento e un senso dell'humour davvero sorprendenti. L'analisi quindi mi suggerisce che tu tendi a trasformare in buffi animali le persone noiose che ti circondano, per sfuggire alla banalità della tua e della loro vita. A proposito di quel topo che ti perseguita ormai da anni: non è che tua moglie è una chiavica?
Saluti,
Dott.ssa Talora Ciprendo


Il Signor Napoleone Buonaparte, un simpatico diciassettenne di Ajaccio, confessa il suo sogno di volersi affermarsi in qualche modo nella vita, preferibilmente coltivando la sua grande passione: viaggiare per conoscere popoli e culture diverse. Nella sua briosa missiva, ci chiede di tracciargli un ritratto della propria personalità, che possa aiutarlo a capire quale potrà essere la via migliore per realizzare il suo obiettivo. Caro Napoleone, di solito, la firma è composta dal nome e dal cognome, una consuetudine che affianca alle radici formali della gente da cui si proviene, la dolcezza del nome con cui si è familiarmente chiamati. Possiamo invece notare, nel tuo caso, come tu scelga di firmarti, in modo inconsueto, col solo cognome. Ciò rivela una tendenza a valorizzare più la vita sociale che quella familiare. La "e" finale, con quell'occhiello oblungo che termina con un gancetto, sembra però poi prospettare un ripiegamento, quasi un isolamento inconsciamente anelato. A fronte di ciò, caro ragazzo, mi sento di incoraggiarti nel perseguire le tue aspirazioni: viaggia pure, o fai viaggiare, magari apri una buona agenzia turistica o entra a far parte dell'equipaggio di qualche nave da crociera. Tuttavia, vedrai che - più avanti con l'età - prevarrà in te una certa misantropia che ti porterà ad escluderti dal mondo. Chissà che tu non finisca i tuoi giorni in un'isola deserta!
Saluti,
Dott.ssa Talora Ciprendo

 

Il Signor Henry Ford ha appena avviato un'attività di costruttore di autovetture: affascinato dal mondo dei motori, sente che questo è un settore in via di sviluppo e che è la strada giusta da imboccare per il successo. L'unico motivo di dubbio riguarda gli alti costi di produzione; il Signor Ford ha pensato di ridurli producendo un solo modello di automobile, in un unico colore: nero. Egli ci chiede, a questo riguardo, se l'analisi della sua grafia conferma le doti di intuizione che egli crede di riconoscere in se stesso, prima di lanciarsi in questa impresa. Caro Henry, quando i tratti della firma si tracciano in forma retta, viene rilevata la preponderanza della ragione sopra l'istinto e i sentimenti, con un senso di circospezione e di riflessione che tende a frenare gli slanci. Soprattutto le linee verticali risultano molto rigide, cosa che denota freddezza e alterigia. Devo quindi suggerirti, Henry, di non fidarti della tua idea che, lasciamelo dire, è davvero tristissima. Chi vuoi che possa desiderare un'auto uguale a mille altre e per di più nera! Andiamo! Essa rispecchia certamente la tua personalità, ma sarebbe un flop incredibile a livello commerciale. Accetta dunque il nostro suggerimento: per dare uno slancio nuovo al tuo carattere, troppo tetro e rigoroso, mettiti a produrre automobili lussuose, artigianalmente curate, con una gamma di optional e colori che possa soddisfare i palati più esigenti, caratterizza ognuna con particolari raffinati e originali. Rivolgerti a un pubblico selezionato, tra l'altro, verrà incontro al cotè snob che ti caratterizza. Dopo tutto, ne converrai, il futuro non è nella massificazione! 

Saluti,

Dott.ssa Talora Ciprendo

 

 

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