lunedì, 30 luglio 2007 - 13:04


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domenica, 29 luglio 2007 - 23:58
IL FISCHIO E LA LUNA di Aglaja



La salita era faticosa.

La creuza assolata, in quel giugno arido e polveroso, sembrava non finire mai. Gli alti muri che la delimitavano non impedivano ai profumi intensi delle piante nascoste di liberare nell'aria rovente la loro dolcezza sensuale. Un'esplosione di colori disegnava tra le pietre mosaici di fiori rampicanti, protesi a spiare sia gli orti celati che i rari passanti. Tra i grigi sassi marini, opachi di sale e di anni, ai bordi dei larghi e bassi gradini di mattoni, consumati al centro dai passi di diverse generazioni, guizzavano lucertole agili e beffarde, mentre, nascosti nelle fessure delle muraglie, i gechi si immobilizzavano prudenti. Controluce brillava la scia argentea di qualche lumaca bavosa, di cui, una tantum, la spirale di un guscio fragile e vuoto testimoniava la fine.

La luce era abbagliante.

Una parete bianca di gelsomini odorosi ne catturò la vista, dopo l'olfatto. Si chiese se davvero il sole potesse rifrangersi sui piccoli petali candidi per ferire di più i suoi occhi velati di calore e sfinimento. Mentre sostava per riflettere e riprendere un soffio di quel fiato che sempre più spesso mancava, udì un fischio. "Un merlo", pensò subito, forse per l'acutezza melodiosa di quella nota sospesa. Un breve silenzio, poi il fischio si levò nuovamente. Era più prolungato, adesso, più insistente. Più imperioso, si sarebbe detto. Benchè la curiosità mordesse, decise di proseguire oltre. Con un sospiro si incamminò nuovamente, ma non aveva neppure poggiato il piede sullo scalino successivo che il fischio si sentì ancora, più alto, più stridulo. Più disperato, si sarebbe pensato. "Un uccello in gabbia", ipotizzò istintivamente, pur ammettendo che era un suono strano, diverso da altri canti di uccelli che aveva udito in precedenza. "Forse non è un uccello", considerò, riflettendo ulteriormente, di nuovo arrestando il suo cammino.

Il sole era inesorabile.

Sentiva i vestiti appiccicati alla pelle, il sudore colare copioso, salino negli occhi brucianti. Perchè rimanere fermi sotto i raggi infuocati per ascoltare qualcosa di estraneo, che il buon senso suggeriva di ignorare? Il fischio urlò per la quarta volta il suo richiamo. Da dove proveniva? "Questa è la prima cosa da appurare", si disse. Alzò lo sguardo, ma solo i cocci di vetro della muraglia, attraversati dal sole o coperti da fiori e foglie, delimitavano il confine tra la creuza e l'azzurro sfacciato del cielo. Tuttavia, poco più in là, seminascosto quasi con pudicizia da un rigoglioso rampicante, un cancelletto dalle strette lance di ferro arrugginito, offriva un'insperata visione - seppure parziale - dell' "oltre".

L'orto era abbandonato.

Anche il giardino sembrava oramai una disordinata rivincita della natura sull'uomo. Non c'erano più aiuole, ma i cespugli, i fiori e i rovi facevano tutt'uno con gli alberi dei limoni, che ancora tendevano orgogliosi i propri rami al cielo. Appoggiandosi al cancello, si accorse che cedeva al suo peso, aprendosi in un cigolio che quasi sembrò invitare il fischio a rispondergli. E infatti il fischio rispose, come rinvigorito, come ripreso, riacciuffato da una speranza creduta vana e ora più vicina e reale. Decise di entrare, con lo stupore consapevole di un gesto sconosciuto a sè. Districò il suo avanzare dall'erba alta e secca. Si avvicinò a una casa bassa, le poche persiane rimaste con i listelli staccati, l'intonaco bianco scrostato, la porta divelta dai cardini, ma appoggiata al muro accanto all'apertura. Un raggio entrava nel buio del'ingresso e un cuneo di luce illuminava un pulviscolo di terra e moscerini.

Il fischio era sempre più forte.

Aveva il cuore in gola, ma sapeva di dovere entrare ed entrò. Subito non vide bene: gli occhi stentavano ad adattarsi, dopo il bagliore esterno. Poi, dal buio, iniziò ad emergere una luna piena. Anzi, no: una sferica lanterna di carta di riso. Ma nemmeno: era un viso! Un viso pallidissimo, quasi polveroso, un'ombra bianca e tonda, con gli occhi chiusi e le labbra strette a cuore, spinte avanti come per dare un bacio. Da quell'ombra, da quelle labbra partiva il fischio che, anche ora, continuava dolce, insistente, implorante.

Adesso vedeva bene.

Una figura pesante, vestita di stracci, appoggiava la sua infinita stanchezza a una sedia, posta in mezzo a una stanza che un tempo doveva essere stata una cucina. Si intuivano le sagome di una vecchia stufa, di un tavolo, di una credenza. E poi scatole, cocci, oggetti ingombranti e minutaglie smarrite nella polvere e tra le ragnatele. Nel silenzio, fruscii veloci di qualche animale (topi? lucertole?) e quel fischio, che, ora lo sentiva bene, era intervallato da sospiri e respiri affannati. "Sono qui", disse.

Il fischio cessò. La luna sorrise.
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sabato, 28 luglio 2007 - 12:51
VITE DEI SANTI: SAN PISTACCHIO di Aglaja



San Pistacchio godette fin dall'antichità di un vasto culto in Oriente e in Occidente, al pari dei celebri martiri Crema&Cioccolato (leccati a morte nel Colosseo da un leone sdentato) o della beata Stracciatella (lasciata sciogliere sotto il sole del deserto), coi quali divise, nella rappresentazione agiografica, il modello martiriale e taumaturgico di santi gelati . La sua popolarità è testimoniata dalla sua biografia giuntaci in varie redazioni in greco, armeno, georgiano, arabo, copto, biscopto e stracopto.

Secondo i biografi, Pistacchio, nativo di Catramia in Bitumia, educato cristianamente dalla madre Nocciola (il cui martirio per schiacciamento è ricordato nel Sinassario Costantinopolitano al 30 febbraio), ma non ancora battezzato, è affidato dal padre pagano Schifìo al grande gelataio Antico Ranieri e da questi apprende l'arte della mantecatura tanto perfettamente da meritarsi l'ammirazione e l'affetto dell'imperatore Slurpiano. Si avvicina ancor più alla fede grazie alla lettura delle ricette del medico cristiano Panero, presbitero cristiano che vive nascosto per timore della persecuzione, il quale lo convince progressivamente ad abbandonare l'arte di Antico Ranieri, garantendogli la capacità di guarire ogni male con la produzione di miracolosi semifreddi: di ciò fa esperienza lo stesso Pistacchio, il quale, dopo aver visto rifiorire alla sola invocazione della Crema al Maron Glacé un bambino denutrito, si fa battezzare immergendosi in una vasca di Zabajone tiepido. La guarigione di un anoressico, che si era rivolto a lui dopo aver sperperato tutto il suo patrimonio dietro le inutili cure di medici interessati e incapaci, desta grande scalpore e provoca la guarigione spirituale e la conversione sia dell'ex anoressico che del padre di Pistacchio, che, nel frattempo, spinto da una inspiegabile golosità, si era riavvicinato al figlio. Alla morte di Schifìo, Pistacchio, distribuito ai poveri il patrimonio del padre (proprietario dei maggiori self service di Catramia), diventa famoso come "il medico dei semifreddi", suscitando, per l'esercizio gratuito della professione e la distribuzione generosa delle sue creme prelibate, l'invidia e il risentimento dei colleghi e dei comuni gelatai, con Antico Ranieri in testa, e la conseguente denunzia all'imperatore Slurpiano. L'ex anoressico, chiamato a testimoniare, nel raccontare della guarigione, nonché l'incapacità e la venalità degli altri medici, fa l'apologia della Crema al Pistacchio, provocando lo sdegno di Slurpiano, cui Pistacchio non aveva mai voluto svelare la ricetta della sua impareggiabile Crema.
L'imperatore, allora, con lusinghe e dolci rimproveri tenta ancora una volta di ottenere tale ricetta (ottima, per altro, contro la tosse asinina), promettendo persino di passare sopra alla fede cristiana del medico-gelataio. Pistacchio risponde proponendo un'ordalia tra i medici pagani e lui: intorno a un sordomuto, appositamente convocato, inutilmente si affannano i medici che, invocando tra gli dei anche Asclepio, Galeno e Ippocrate, somministrano inefficaci quanto disgustose pozioni; il santo, invece, si limita a mantecare la sua strepitosa crema, il cui profumo goloso fa gridare improvvisamente al muto: "Una vaschetta da un chilo!". Il miracolo suscita la conversione di molti e l'ostinata rabbia dei medici e dell'imperatore, che, non ottenuta ancora la ricetta della Crema al Pistacchio, alle lusinghe fa seguire una lunga serie di tormenti: vellicatura delle ascelle con ortica, ingestione forzata di sterco di dromedario, bagno nella vasca delle meduse, esposizione alle fiere di capodanno, ruota della sfortuna. Ogni tentativo risulta inefficace e provoca vieppiù l'ira di Slurpio, che accusa il santo di magia e lo condanna a una morte atroce: una lastra irta di chiodi verrà schiacciata sul suo corpo legato a una roccia. Ma ancora una volta un evento miracoloso ritarda la sua morte: le punte dei chiodi si sciolgono come gelato al sole; i carnefici chiedono perdono a Pistacchio e lo stesso imperatore si inginocchia ai suoi piedi implorando la sua grazia e un assaggio dei suoi semifreddi. Pistacchio lo benedice e, improvvisamente, un fiume di Crema al Pistacchio scaturisce dalla roccia su cui era legato.

Da quel giorno, Pistacchio aprì al palazzo imperiale un laboratorio di creme deliziose per ogni malanno e, quando giunse la sua ora, chiese ed ottenne di essere sepolto in un pozzo che si trovava nella piazza principale di Catramia. Da allora, ogni malato si reca fiducioso a quel pozzo. Difficilmente guarisce, però può gustare Crema al Pistacchio a volontà.

La diocesi di Crema, in provincia di Cremona, ne custodisce una preziosa reliquia: una coppetta con i resti della crema che, una volta all'anno, miracolosamente, si scioglie ed emana un irresistibile profumo di pistacchio.

ALTRI SANTI:
SAN FETECCHIA
                         SANTA ADIPE

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giovedì, 26 luglio 2007 - 20:16


Sul blog di Krishel, su suggerimento di Kamk, si sta cercando di dare una definizione ad uno stato d'animo che molti di noi Splinderisti (in qualità di appartenenti al genere umano, of course :-D ) conoscono bene: la solitudine.

Krishel con questo suo post ha offerto le proprie (mai banali) riflessioni.

Le mie, meno articolate e ficcanti (forse perché per me è più facile far parlare al mio posto i personaggi dei miei raccontini, piuttosto che mettere in gioco me stessa) le ho sintetizzate in un commento postato ieri di là e che ora propongo anche qui:

25/07/07

Posso intromettermi? :-)

Mi intriga la domanda di Kamk: "Cos'è solitudine per te, in te?".

Mi intriga perchè me la sono posta molte volte e mi sono spesso data risposte diverse, a seconda delle circostanze e dell'età. Così, tante sono state le definizioni/cause/conseguenze che le ho attribuito, dalla disperazione al senso di sicurezza, dalla condanna alla difesa, dall'incomprensione alla fuga.

Oggi mi sento di rispondere così: per me solitudine è mancata condivisione.

E, per riallacciarmi al bel post di Krishel, già questo "scambio di saggezza" o di follia, o di amarezze, o di risate, che è il mondo dei blog, è il principio di un dialogo, di una condivisione, che aiuta a sconfiggere la solitudine.

Aglaja


Addendum, 26/07/07: solitudine è un arrivederci subìto.

 
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mercoledì, 25 luglio 2007 - 22:04
RISVEGLIO di Aglaja



Emerge dal buio ed affonda nella luce.

Il risveglio è lento, il corpo pesante.
Il tepore lo avvolge, stordendolo, i sensi ancora indistinti.
Il ticchettio della sveglia gli pulsa neri disegni geometrici nelle pupille; la monotona sequenza di un ronzio auricolare è polverosa come la luce che filtra dalla persiana.

Tende le gambe, inarca i piedi, allarga le braccia; protegge i suoi gesti allentati col pudore della coperta sgualcita di sonno inquieto.

Piega il capo dalla parte opposta alla finestra, poi si costringe a voltarsi e sfida il mattino. Si tira su di scatto ed è subito capogiro. Serra le palpebre, ascolta la tachicardia che si spegne rassegnata. Guarda i capelli lasciati sul cuscino e li raccoglie, reliquie del tempo che scorre. Li serra un momento tra le dita, li soppesa, come gli anni che si è lasciato alle spalle; poi li lascia cadere - i capelli - a confondersi tra le losanghe del tappeto, mentre gli anni sono già tutti caduti e confusi tra loro.

Si alza, con cautela; i piedi già raggelati cercano le pantofole, gli occhi percorrono la stanza, stupiti, come sempre, di ritrovarla disordinatamente uguale alla sera precedente.

Raggiunge il bagno e svuotarsi la vescica è già catarsi. Peccato spezzare l'incanto con la faccia strapazzata che lo osserva miope in un riflesso al neon.

Entra nella doccia e fantastica di piogge tiepide primaverili e di prati fioriti, mentre la paratia sbilenca lascia inzaccherare il pavimento di acqua calcarea e doccia/schiuma - prezzo/convenienza.
Colano, dalla condensa sullo specchio, frammenti liquidi di uno sguardo acquoso.
Dovrebbe farsi la barba. Dovrebbe.

Va in cucina.

Caffè.

Un altro, prego.

Un biscottino. Due.
Facciamo tre, all'inferno i trigliceridi.

Si accascia sulla sedia rossa, spaiata dalle altre gialline, ricordo subìto di colazioni diverse.
Nasconde il capo tra le braccia incrociate sul tavolo, mentre non ascolta l'oroscopo del giorno.
Notizie esclusive gli scivolano tra pensieri invasivi.

Trascina polvere e ciabatte fino in camera. Apre l'armadio. Camicie mal stirate gli si propongono per abbinarsi a giacche e calzoni stazzonati.

Si veste.

Sceglie una cravatta da un mucchio selvaggio. Ha una macchia di cioccolato: un'estemporanea consolazione a presa rapida.
Si ravvia dinnanzi allo specchio i corti capelli che ancora resistono.
Dedica ancora una rammaricata prece ai caduti.

Le scarpe.
Sono impolverate.
C'era una spugnetta.. e il lucido? Mah..
Con la spazzola degli abiti prova a dar loro un aspetto dignitoso. Passa e ripassa la spazzola sulla pelle marrone. Passa e ripassa. Neppure si accorge dello staccarsi delle setole.
No, ora se ne accorge. Le setole cadono ai suoi piedi. Come le cravatte.
Come i suoi capelli. Come gli anni.

E' in ingresso, la mano sulla maniglia della porta.
Si volta.
Scalza dal tallone le scarpe appena infilate.
Scioglie il nodo della cravatta.
Sfila giacca e camicia, slaccia i calzoni.
Va in camera.
Il letto è ancora sfatto. Come lui.
Si infila sotto le coltri.
Sono ancora tiepide.

Si sottrae alla luce. Affonda nel buio.
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mercoledì, 25 luglio 2007 - 12:41
martedì, 24 luglio 2007 - 20:23
Reprise: riproposta narcisistica di racconti inseriti agli albori del blog :-)

Visto che l'argomento treno pare riscuotere grande interesse, beccatevi la replica de:


LA CONFRATERNITA DELLE PERSONE PERDUTE di Aglaja

 

Mi intrigò subito, appena lo vidi.

"Permette?" e si accomodò di fronte a me.

Sorrisi, con educata e finta indifferenza. Così finta che iniziò subito a discorrere.

"Cosa legge?" domandò, ammiccando al volumetto che tenevo tra le mani.

Solitamente mi irritano le conversazioni imposte, di circostanza o di abbordaggio.

Non quella sera.

"Cechov, le novelle"

"Ottima scelta" annuì.

Guardò fuori dal finestrino, mentre lo sbirciavo curiosa.

Strano tipo, "appena uscito da un libro", mi trovai a dire a me stessa.

Forse altri sarebbero stati colpiti dall'abbigliamento (ho ritegno a ricordare la cravatta di seta allacciata morbidamente, la giacca attillata, i guanti sottili: sembra una caricatura, in questa descrizione, ma vi assicuro che non mi parve tale) o dai chiari capelli lucidi, pettinati indietro negligentemente.

Ma a me infiammavano (ripeto, ne fui immediatamente intrigata) gli occhi: beffardi, consapevoli, inquieti. 

Stupida ragazza.

Quanti anni aveva? Mah.. ancora adesso, ripensandoci, non riesco a valutarlo: pareva a tratti giovanissimo, persino infantile, a tratti quasi anziano, a seconda di come la fioca luce dello scompartimento gli disegnava le ombre sul volto.

Cercai nel mio archivio di immagini quella che più potesse avvicinarsi al bizzarro personaggio: "un prestigiatore, un viveur, uno scrittore da salotti, un seduttore, un giocatore.." elencavo tra me. Nulla pareva adeguato a definire quell’uomo.

O forse tutto.

“Anch’io amo i russi.” riprese “Conosce Dostoevskij? Certo che lo conosce” chiese e si rispose, senza darmi modo di parlare. “E’ mai stata a San Pietroburgo?”  “Solo nei libri” e sorridemmo entrambi.

“E’ così che lei fugge?” mi apostrofò quindi bruscamente.

Rimasi sorpresa, quasi più dal tono che dalle parole.

“Beh, è un luogo comune, no?, l’evadere con la lettura..” banalizzai

Non mi concesse di farlo.

“Non mi riferivo a uno stupido modo di dire” mi sferzò con una durezza incomprensibile “Lei sta fuggendo davvero. E lo sa”.

Tacqui.

Lo sferragliare del treno riempiva il finto silenzio in cui ascoltavo i miei pensieri.

“Non so nulla, non capisco..” fissavo quegli occhi febbrili “E’ uno scherzo” provai a sorridere.

“Non ne ho il tempo” e inaspettatamente rispose al mio sorriso, ma poi riprese a parlare con molta serietà.

“Anch’io sono fuggito, sa?”

“Ah sì?”

“Ha mai sentito parlare della Confraternita delle Persone Perdute?”

“La Confraternita delle Persone Perdute?” ripetei ottusamente.

“Proprio. Ne faccio parte da otto anni” aggiunse, non capii se con orgoglio o rammarico.

“Di che si tratta?” chiesi sporgendomi verso di lui.

“Siamo tutte persone che, fuggendo, si sono perse. Non riusciamo più a tornare indietro”

Rimasi in silenzio, in attesa di un'ulteriore spiegazione che non arrivò.

“Mi perdoni” mi decisi a chiedergli, vedendo il suo sguardo perso sulle luci che fuggivano fuori dal finestrino “E’ un circolo di evasi? O di smemorati?” provai a buttarla sullo scherzo, ma la mia voce non era allegra.

Posò nuovamente quegli strani occhi su di me.

“Ho iniziato come lei..” mormorò, e la sua voce era morbida, lontana, una voce che mi pareva di riconoscere, o meglio, di conoscere da sempre.

“Ho iniziato come lei” riprese “Leggevo e mi perdevo nelle vite degli altri, in mondi, epoche, storie lontane e più vere della mia storia, della mia esistenza, del mondo in cui ero costretto a vivere, penosamente”

Sospirò.

“Arrivai ad un punto che confondevo il dipanarsi delle mie vicende personali con quello del protagonista del romanzo che stavo vivendo, leggendo, cioè” si corresse “Non mi importava più nulla di me, scialbo e insignificante nella mia storia già scritta. Potevo amare, morire, urlare, combattere, soffrire, godere, con un senso –capisce?- un senso *artistico*, perfetto, molteplice”. Si interruppe, per prendere fiato: si era accalorato e le sue guance mi parvero colorirsi, ma forse fu un lampo che venne da fuori.

Lo capivo perfettamente. Glielo dissi. Mi guardò con un’intensità che ancora oggi, al ripensarci, mi scuote profondamente.

“Lo so” disse “per questo le ho parlato della Confraternita”. Era serissimo, quando continuò “Siamo in tanti, sa? E ci siamo perduti. Io, per esempio, leggevo “Il giocatore” di Dostoevskij quando è successo..”

“Vuol dire che lei..” cominciavo ad intuire.

“Sì. Mi sono perso in quel romanzo. Non sono tornato più indietro. Ma non è successo solo a me, creda” si affrettò a precisare “Ad alcuni è capitato con libri diversi, ma ad altri è bastato seguire una vela in un orizzonte marino, altri ancora si sono smarriti guardando dalle imposte delle loro finestre. Non c’è un unico modo, un unico viaggio, un’unica fuga”. Si interruppe.

“E dove si va, quando ci si perde?” chiesi “E gli altri, se ne accorgono che siamo perduti?” (Sì, dissi “siamo”).

“Dove si va? E’ difficile spiegare. Non c’è più spazio, non c’è più tempo. Non sei più tu, o meglio: sei come uno specchio andato in frantumi, ogni frammento riflette qualcosa di diverso e di uguale, qualcosa che ha perso la propria unità e si spezza in mille immagini, in mille..” si interruppe, pensieroso “..parti di te. Gli altri.. no, non si accorgono di niente. Non sanno che parlano ad un guscio vuoto. Non ci conoscevano prima, non ci conoscono poi”.

“E la confraternita?” lo incalzai.

“Le persone perdute si riconoscono tra loro, si..annusano, si scovano. E si uniscono, fratelli in un’anomalia perfida e meravigliosa”

Sfuggivo, ora, il suo sguardo, persa a seguire lo zigzagare di una linea bianca in una lunghissima galleria.

Quando ne uscimmo, voltai gli occhi, ma lui non c’era più.

Al suo posto, sul sedile, c’era “Il giocatore” di Dostoevskij.

Dopo pochi minuti, il treno si fermò ed io scesi alla stazione di San Pietroburgo.
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lunedì, 23 luglio 2007 - 18:15

PREMESSA

Nella mia - ahimè lontana - gioventù, pure io ho fatto parte della schiera dei pendolari emeriti delle Ferrovie Italiane: il percorso Savona-Genova, andata e ritorno, mi vedeva studentessa di belle speranze e di belle lettere, inquieta e curiosa della vita e delle persone. 

Ospite di spartane carrozze di terza classe, promosse inopinatamente a seconda, mi piaceva studiare i passeggeri e, più di una volta, questi furono protagonisti dei tanti raccontini che scrivevo per la mia più affezionata lettrice: me stessa. 

Buona parte del mio archivio di allora, purtroppo per me, è andato perduto tra i frantumi della mia vita, ma qualcosa, purtroppo per voi, non è andata persa. Eccovi, quindi, questo racconto, che ho ritrovato qualche tempo fa, scritto su un foglio a quadretti ripiegato in più parti e infilato come segnalibro tra le pagine di un tomo di Paleografia.

E' ingenuo, sdolcinato, sentimentale, stilisticamente lezioso, ma ha un pregio: è una storia vera.

UN GAROFANO BIANCO di Aglaja


Come sempre, il treno era affollatissimo.

Era già rassegnata a poggiare scomodamente la schiena tra il corrimano sporco del corridoio e la porta della maleodorante toilette (anche se  "lurido cesso puzzolente", come meno elegantemente la definì in uno sbotto d'ira un passeggero dall'olfatto più raffinato dell'eloquio, renderebbe meglio l'idea del tanfo che ne proveniva), quando vide un provvidenziale posto lasciato incomprensibilmente libero in uno stracolmo scompartimento. 
Formulò la rituale, scontatissima domanda: "Libero?" e senza neppure attendere risposta, sedette pesantemente, stringendo a sé la borsa e i libri.

Si guardò attorno, scrutando i suoi compagni di viaggio con quell'atteggiamento di curiosità guardinga e falsa indifferenza, che sempre assumeva in presenza di estranei. 
Come sempre, in bilico tra un abissale complesso di inferiorità e un delirio narcisistico di onnipotenza, si sentì un Pirandello tra i suoi personaggi in cerca d'autore e, difatti, da personaggi più che da persone le appariva composta quella varia umanità che rendeva bollente l'aria dello scompartimento.

Più avanti, ripensando a quei momenti, si accorse, per l'appunto che, nel suo ricordo, i compagni di quell'ora sussultoria e canonica di treno le si manifestavano come vetrificati in figurine, macchiette quasi, o stereotipi, la cui essenzialità era quasi caricaturale: una grassa signora sudata, che detergeva continuamente con gesti nervosi le grosse gocce che le imperlavano fronte e tempie; un ragazzotto assonnato, dal volto devastato dall'acne rosacea, la testa ciondoloni, pronta a rialzarsi bruscamente ad ogni sobbalzo del treno; una mamma giovane, con un fardello ciangottante tra le braccia; e infine un ometto, la cui età era forse meglio definibile  "sessanta ben portati" che "cinquanta passati da un pezzo". 
Di questi rammentò a lungo l'impertinenza dello sguardo, scuro e scintillante; l'ironia della bocca, contornata da un paio di baffetti sale e pepe che parevano rubati a un Buscaglione, improbabile gangster da balera; il naso rincagnato da pugile finito; le mani segnate, con grosse vene bluastre, le dita macchiate di nicotina.

Non si stupì quando l'uomo attaccò discorso.

"Non credeva, eh?, di riuscire a sedersi?" l'apostrofò questi sorridendo. 
"In effetti non ci speravo proprio" rispose lei, ricambiando il sorriso. 
"L'avevo notata prima, quando era già passata senza vedere il posto libero. Come fa a reggere tutti quei libri?" le chiese, ammiccando ai volumoni che teneva in bilico sulle ginocchia. 
"Faccio culturismo: sa.. il peso della cultura..". Il suo improvvido senso dell'umorismo fallì anche in quell'occasione e, di fronte al sopracciglio alzato dell'ometto, si sentì in obbligo di aggiungere: "Vado in facoltà a dare un esame". 
"Anch'io ho una figlia all'Università, Architettura. Lei?" 
"Lettere". 
L'ometto trasse di tasca uno stropicciato pacchetto di Nazionali e ne accese una con gesti lenti e studiati (allora non vi era alcun divieto al proposito). Sbuffò in alto il fumo, ignorando gli sguardi seccati delle due signore, e disse, rivolto alla studentessa : "Non gliene offro perché non fuma".
"Perbacco!" esclamò lei "Si vede così tanto?" rise. 
"No, il fatto è che lei mi rammenta una persona che conoscevo bene.. " strascinò le ultime parole in un tono sospeso, che attendeva solo il rilancio della giovane, che lo accontentò. 
"Chi?".

Non rispose direttamente alla domanda.

Volse lo sguardo al mare che correva luccicante nella cornice del finestrino. Riprese, tornando da lontano:  "Non ho sempre avuto questa età, sa?" affermò, malinconicamente polemico "Mi sono accorto presto di piacere alle donne. A quattordici anni facevo all'amore con una bionda di diciotto. E come saltavo dalla finestra della sua stanza per non farmi sorprendere dal padre!" scoppiò in una rauca risata, compiaciuto.

Mentre il ragazzotto seguitava a ronfare (o ascoltava curioso?), la studentessa, il donnone sudato e la tenera mammina si scambiarono un'eloquente occhiata.

Incurante dell'alone di femminile scetticismo e disapprovazione, l'ometto continuò il suo vanaglorioso racconto: "..e quante donne mi cercavano: alte, basse, grasse, magre, bionde, more. A me andavano bene tutte".
"Bastava respirassero?" non riuscì a trattenersi dal chiedergli sarcasticamente la ragazza. 
Un ghigno allegro gli stirò le labbra ed i baffetti.
Per nulla offeso, puntualizzò: "No, bastava non fossero mai una sola alla volta: dovevano essere almeno due, così non correvo il rischio di innamorarmi sul serio". Tossì un poco, aspirando il fumo della sigaretta. "Ne ha avuto di pazienza mia moglie ad aspettare che mettessi la testa a partito e mi decidessi a sposarla..". Tirò giù di un dito il finestrino e gettò via la cicca. Levò di tasca un fazzoletto e si nettò la fronte. "Caldo, vero?" ammiccò rivolgendosi alla donna grassa, che non gli rispose. "Otto anni" riprese "otto lunghi anni per diventare 'la mia signora'. Oh! ma poi, quando è divenuta tale, non le ho mai più fatto un cornino, neppure piccolo così!" mostrò l'unghia lunga e puntuta del mignolo "E in quegli otto anni non l'ho mai sfiorata, l'ho sempre rispettata".
"Eh sì, tanto la materia prima non le mancava, vero?" interloquì inaspettatamente la signora sudata, in tono acido.
"Infatti" ammise l'uomo con evidente soddisfazione. Poi, con un cenno del mento nella direzione della studentessa, stabilì: "E questa signorina è della stessa categoria di mia moglie: da rispettare". Questa non fece in tempo ad imporporarsi, non sapendo come ribattere, che egli proseguì: "Come pure.. oh ma che stupido! ho fatto tutte queste chiacchiere e ho perso di vista da dove sono partito. Le stavo dicendo che lei mi ricordava una persona che conobbi tanto tempo fa: bene, questa era una ragazza che incontrai pochi mesi dopo la fine della guerra. Un fiore: alta, bruna, con delle.. beh, un bella figliuola" tagliò corto. "Non solo: era simpatica, intelligente, un sorriso che scioglieva. E gli occhi: grandi, scuri, liquidi, sempre tristi però, anche quando rideva. E con me rideva, sa? La portavo a ballare, a camminare sulla spiaggia.. A me piaceva diventare amico delle donne, prima di.. e poi c'era quel mistero degli occhi che mi incuriosiva: chissà cosa la rodeva..".

Si interruppe.

Frugò ancora nel pacchetto delle Nazionali e ne accese lentamente un'altra. Ne aspirò profondamente il fumo e riprese: "Le piaceva essere corteggiata, andare in balera, stordirsi di musica e divertimento. Finalmente una sera pensai si potesse arrivare al dunque. Eravamo stati a ballare, lei si era scatenata, era su di giri quando la portai da me. Non fece storie, anzi, fu lei a chiedermi da bere, prima, e poi di condurla in camera da letto. Qui iniziò a spogliarsi e, nel farlo, le lacrime presero a rigarle il viso, irrefrenabili. Ero turbato, preoccupato, pensai avesse cambiato idea o si sentisse male. La fermai  e con dolcezza le chiesi cosa avesse. La storia che uscì smozzicata tra i suoi singhiozzi era triste e comune a molte donne, in quel periodo: il suo fidanzato, partito per il fronte russo, non era tornato e di lui non si era saputo più nulla. Mi si aggrappò furiosamente, implorandomi di fare all'amore subito, subito! Solo così avrebbe potuto togliersi quel ragazzo dalla testa".

Tacque e guardò pensieroso la punta rossa dell