domenica, 30 settembre 2007 - 12:53


Lasciarsi andare.. Alla disperazione, al piacere, alla vita. Permettere al corpo e alla mente di abbandonarsi all'istinto, all'urlo che la ragione soffoca. Togliere ogni maschera, svelare a sé e ad altri debolezze e desideri, sogni e bisogni, dolore e amore. Liberarsi di ogni controllo e di ogni limite impostici da noi stessi e dal contesto sociale e familiare in cui (soprav)viviamo. Aprire completamente la "corda pazza" * e concedersi il lusso di dire, finalmente, la verità, anche la più scomoda, imbarazzante, dolorosa, oscena che custodiamo dentro di noi per paura. Paura di ferire chi ci ama o chi amiamo, di appropriarsi di una libertà solo sognata,  di affrontare la realtà senza rete di protezione, di scoprire  che  quanto abbiamo fortemente desiderato non era all'altezza delle nostre aspettative, di vedere mutarsi in insopportabili delusioni le nostre illusioni più dolci, di concederci all'abbandono senza pudori e riserve.

Let's Get Lost.


* Da "Il berretto a sonagli"di Luigi Pirandello

Ciampa: "(...)Deve sapere che abbiamo tutti come tre corde d'orologio in testa".

Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l'indice e il pollice una chiavetta, fa l'atto di dare una mandata prima sulla tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra.

"La seria, la civile, la pazza. Sopra tutto, dovendo vivere in società, ci serve la civile; per cui sta qua, in mezzo alla fronte. - Ci mangeremmo tutti, signora mia, l'un l'altro, come tanti cani arrabbiati. - Non si può. - Io mi mangerei - per modo d'esempio - il signor Fifì. - Non si può. E che faccio allora? Do una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa:  «Oh quanto m'è grato vedervi, caro il mio signor Fifì!». Capisce, signora? Ma può venire il momento che le acque s'intorbidano. E allora... allora io cerco, prima, di girare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni, dire quattro e quattr'otto, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora, la corda pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!".
(...)
"Niente ci vuole a far la pazza, creda a me! Gliel'insegno io come si fa. Basta che lei si metta a gridare in faccia a tutti la verità.(...)".

giovedì, 27 settembre 2007 - 20:18

SENZA GUSCIO di Aglaja

La osservo, in questa serata grigia di pioggia indecisa, di nuvole basse, di suole consumate che si sottraggono alle strade consuete. Osservo, restando ferma ai bordi della creusa, la limaccia, lumassa bousa, e relativizzo alla mia immobilità il suo moto. Procede impercettibile, implacabile e inconsapevole, neppure conscia di una precarietà che sa di eterno, nel suo riproporsi inevitabile. Trascorre l'orto, la strada e il tempo con costante lentezza, con sfuggente determinazione. Scivola viscida sulla scialba e sottile scia lasciata. Nulla difende il corpo molle e oblungo: flaccida nudità ondulante su muco vischioso. Nella viridità di erbe e muschi si inoltra, strisciando quieta. Oscuro è quanto nell'umidore si cela, ma rifugge luce e calore: appartiene alle sfumature della sera, alle ombre della notte, alle serene inquietudini del riposo altrui. Cerca, nel rezzo amico, polpa di piante generose e foglie che la sostentino e la proteggano. Si nasconde. Il necessario piacere dello sfuggire. La scelta obbligata. La sua natura. Ovvio riconoscersi in quel corpo indifeso, nudo di inconsistente vulnerabilità, nel suo scivolare invischiato del proprio umore. Immagini di un'infanzia di paese materializzano ombre di vecchi: ingoiano limacce vive, persuasi che la bava possa sanare uno stomaco ulcerato di fatica e dolore. E poi un bambino: ginocchia, graffiate come le mie, affondano nella terra bagnata dopo il temporale. Nel piccolo pugno stringe sale. Si china sulla limaccia che spunta nell'erba. Una neve di infiniti cristalli si posa sul corpo scuro e molle, che ora si contorce, si asciuga, si spegne in un'agonia crudele, da cui scappo inorridita. E' celata, ora, al mio sguardo, inghiottita da un anfratto gentile. Resta di lei la scia d'argento, preziosa come le vite inutili. Insensato il mio restare immobile. Ma sento che il sale sta bruciando anche me.

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In ---> reprise
lunedì, 24 settembre 2007 - 22:59
In queste note, stanotte, i miei pensieri.
Aglaja

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In ---> musica, bollani
sabato, 22 settembre 2007 - 15:07
SCRIVENDO E BLOGGANDO di Aglaja



Sulle sempre interessanti pagine di Rear Window si discute di blogger, e Paolo si e ci interroga sui motivi che spingono sempre più persone a riversare parole ed immagini, arte ed esperienze, notizie e sentimenti su queste larghe bande. "Le ragioni per le quali si decide di scrivere sono le più disparate e, talvolta, le più disperate", afferma, e ne ipotizza provocatoriamente alcune davvero spassose (e azzeccate, a mio avviso :-D ).
Molte sono le risposte che ha ricevuto.
Qui ripropongo la mia, sperando di ricevere a mia volta la loro testimonianza dai miei abituali sbirciatori :-)

"Qualche tempo fa, si discuteva con altri splinderisti di empatia e, ben presto, il discorso era scivolato sul blogger-universo. Riporto qui uno stralcio di quanto avevo scritto allora, perché mi pare possa dare una prima risposta alla tua domanda:

- (...) Il mondo dei blogger è per definizione umorale: molti di noi usano il web per riversare memorie, dolori, speranze, confessioni, protetti da uno pseudo anonimato che ci illude di onnipotenza, di sfogo e di rivincita, mentre ci lusinga di ammirazione, di contatti, di visibilità.
Compulsivamente clicchiamo su nuove icone per cercare in altri quell'empatia che la real life spesso ci nega. Ed empaticamente ci annusiamo per trovarci, per scoprire esperienze, dolori, speranze, sgomenti e illusioni che possano far nascere una nuova "συμπάθεια" (simpatia), cioè soffrire sì, provare emozioni sì, ma INSIEME -.

A questo aggiungo il mio breve curriculum internettiano: dopo aver superato iniziali e presuntuose diffidenze per il mezzo, conosco innanzi tutto il mondo dei gruppi di discussione di usenet (Genoa, Genova, scuola, letteratura, linguistica..), dove a volte intervengo, altre mi limito a lurkare. Nel frattempo, inizio a riversare in rete, su siti amici, alcuni racconti (seri e comici) e vignette. In seguito, apro un sito direttamente gestito da me, che è una sorta di cassaforte per quanto ho scritto finora, e dove inauguro una specie di blog di immagini, con mie particolari e criptiche definizioni, che rappresenta una sorta di diario visivo di emozioni provate. Poi, alla fine del maggio di quest'anno, per motivi legati al mio lavoro, entro in contatto con una collega che ha un blog dedicato ai problemi della nostra professione: è grazie a lei che, da un giorno all'altro, divento splinderista. Pian piano lascio il mio sito (aggiornato solo raramente, ormai) e inizio a riversare qui, quasi quotidianamente, sia vecchi racconti che nuovi spunti di riflessione e di dibattito.

l motivi per cui mi definirei ormai blog-dipendente sono molteplici. Oltre a quelli generici che ho citato prima, aggiungo che volevo provare almeno una volta ad affrontare il giudizio di più persone su come scrivo. Inoltre, essendo molto timida e riservata in real life, mi piaceva qui scoprirmi maggiormente, e conoscere persone nuove che mantenessero desto il mio cervello e soddisfacessero il mio bisogno (spesso represso) di comunicare :-) "

Aglaja
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In --->
giovedì, 20 settembre 2007 - 17:55
DIALOGO DI UN DIZIONARIO ESAUSTIVO E DI UNA DONNA ESAUSTA  di Aglaja



Una donna dallo sguardo velato e dai gesti stanchi, dopo un cammino a ritroso, fatto fingendo di guardare avanti, si scopre in un'antica stanza della sua giovinezza, o meglio, in un corridoio dal pavimento nero e lucido, dove si affacciano le ante scorrevoli di un armadio a muro. La donna, come avesse ancora la statura di una bambina, alza il capo piegando leggermente il collo, osservando il disegno sottile di un intarsio d’ebano, che segue il profilo dell’anta di legno chiaro.

Le dita paiono accennare all’impulso di seguirne il percorso senza soluzione, ma poi si rinserrano sull’anello di metallo che separa gli sportelli appena sovrapposti, facendone scorrere uno sul suo binario, che si inceppa appena nel suo ormai desueto percorso. L’anta scompare, inghiottita dal muro con la tappezzeria scolorita, e una scaffalatura zeppa di libri, accatastati senza razionale disposizione, si offre allo sguardo – che si rammenta goloso – della donna.

Ella cerca istintivamente uno sgabello amico, poi si rende conto di non averne più bisogno e tende un braccio – ah, con che fatica! – al ripiano più alto: sa, tastando, dove cercare.

Ed ecco che il tesoro colma il suo palmo e, con un ulteriore sforzo, riesce ad estrarre un tomo pesante dalla pila di volumi che lo tratteneva.

DIZIONARIO (spazientito, ma non sorpreso): Finalmente!

DONNA (quieta): Sì.

DI (sicuro): Hai ancora bisogno di me.

DO (smarrita): Non ho mai smesso di averne. Solo non lo ricordavo.

DI (con amarezza): Non mi ha più sfogliato nessuno, da anni.

DO (con vergogna): E’ capitato anche a me.

DI (sarcastico): Mi sorprendi! Ti appropri di uno specifico campo semantico traslandolo in una banale metafora. Il tuo linguaggio figurato, un tempo, era meno scontato.

DO (umile): Forse. Forse è per questo che sono qui. (si interrompe. Sospira. Riprende scivolando nel melò) Cercavo parole che non ho più trovato, significati che ho dimenticato.

DI (tronfio): Ah, allora ti rivolgi al meglio, come sai: posso offrirti la più completa ricognizione del patrimonio lessicale della lingua italiana. Nel mio lemmario troverai la più esaustiva, analitica, minuziosa dissezione delle parole e del loro significato.

DO (ansiosa): Ho bisogno di sapere..

DI (premuroso): L’area di un lemma?

DO (esitante): No, piuttosto..

DI (propositivo): L’area semantica!

DO (irresoluta): Forse.. non solo..

DI (costruttivo): L’etimologia, la datazione..

DO (dubbiosa): Ecco, però..

DI (espositivo): Sillabazione. Pronuncia.

DO (insoddisfatta): No, non è questo..

DI (perplesso): Accezioni? Locuzioni?

DO (incerta ): No, non direi..:

DI (incalzante): Morfologia? Ortografia?

DO (seccata): Non ne ho bisogno!

DI (infervorato): Sinonimi! Sottolemmi!

DO (spazientita): Aspetta un attimo..

DI (esasperato): Citazioni! Esempi! (i fogli si girano vorticosamente)

DO (grida): Mi vuoi ascoltare?

DI: (tace. Se avesse un sopracciglio lo inarcherebbe. In mancanza, piega l’angolo di una pagina)

DO (calma): E’molto più semplice. Voglio da te la definizione di “vita”.

DI (sprezzante): Mi consulti dopo tanti anni e chiedi la definizione di “vita”. Non di “ritrometrico”. Non di “loppone”. Non di “gavocciolo” e nemmeno di “Crossopterigi” o di “aglaonema”. “Vita”, mi chiedi, la definizione di “vita”. Pfui.

DO (paziente): Per favore. Solo la definizione. Niente esempi o citazioni.

DI (pedissequamente):

vìta: vì-ta
s. f.

-stato naturale di attività degli esseri organici, vegetali, animali, in quanto nascono, si sviluppano, si conservano e si riproducono in altri organismi simili

-durata, spazio di tempo compreso dalla nascita alla morte
-modo del vivere umano
-vivacità, energia
-animazione, fervore di attività

-capacità vitale
-durata di un fenomeno
-persona, essere umano
-quanto costituisce la causa per cui qualcuno o qualcosa vive
-biografia, narrazione delle vicende, degli affetti, ecc. che si riferiscono ad un uomo
-in anatomia, tutta la parte del corpo umano sopra ai fianchi fino alle spalle; est. parte del vestito sopra i fianchi.

(tace. Riprende lievemente annoiato): Ti basta?

Nessuna risposta.

La donna esausta si è dissolta all’istante, non rientrando in nessuna delle definizioni


mercoledì, 19 settembre 2007 - 17:11


Il nostro bouSCHEGGIA  1993 - 2007 
quattordici anni d'amore




PER LEI E PER TE (19/9/2007)

 

Pensa alla fortuna che ha avuto a trovarti

alla felicità che ha toccato grazie a te

alla felicità che hai toccato grazie a lei

alle mille e mille tenerezze che vi siete regalate e che potrai custodire

a come, per me, sentirvi “parlare” sia stato origliare la bellezza

a come, adesso, un dolore così crudele sia la misura di un bene infinito che saprà vincerlo

a come una Scheggia si conficchi per sempre nell’anima,

ferendola d’amore.

 

Enzo  Costa


 

Grazie, Enzo.

Scheggia e Aglaja



             




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In ---> scheggia, 19 settembre 2007
domenica, 16 settembre 2007 - 21:14

PER ASPERA AD ASTRA, riflessioni di una vecchia alunna


17 OTTOBRE 2007: a Genova ha inizio il nuovo anno scolastico e le scuole riaprono ufficialmente i battenti, anche se è dal primo settembre che le varie attività - corsi di recupero, riunioni, progettazioni... - sono riprese a pieno ritmo.

Cosa troveranno i ragazzi in quegli edifici vetusti ma "carchi di storia e tradizione", palestra della meglio gioventù borghese, futura classe dirigente, o in quegli altri, fatiscenti dopo pochi anni di (dis)onorato servizio in quartieri periferici, contenitori provvisori di giovani difficili e già senza speranza, tutti comunque ribollenti come verminai di ansie, sogni, storie, problemi, amori, violenze, amicizie, scontri, fatiche, giochi, volontà, soddisfazioni, frustrazioni?

Credo che la scuola (primo esempio di società con cui bisogna confrontarsi) sia come la famosa scatola di cioccolatini di forrestgumpiana memoria: non sai mai quello che ti capita.
Non puoi sceglierti né i compagni né gli insegnanti, talora (vuoi per pressioni familiari o per uno sbagliato orientamento) neppure l'indirizzo di studi a te più consono. 

Puoi incontrare l'inferno della persecuzione stolida e crudele di qualche coetaneo prepotente, o del sadismo di qualche docente frustrato. Puoi conoscere la noia di ore vuote, di materie per cui non hai attitudine o male offerte da chi dovrebbe svelarle. Puoi odiare esserci e rifiutarla in blocco, o subirla,  apprendendo passivamente, rimanendo in attesa della vita "vera" fuori da quelle mura soffocanti.

Può verificarsi anche una sola delle ipotesi che ho qui sopra prospettato, e sarebbe comunque pesante e molesta.

Eppure, puoi avere anche l'opportunità di imparare un metodo, una forma mentis; puoi avere la possibilità di cogliere (magari per un'intonazione speciale di un certo insegnante, in un'ora qualunque di una qualsiasi mattinata di un particolare anno scolastico) la grazia della poesia e della bellezza, la chiave per comprendere e analizzare eventi del presente alla luce di quelli del passato, l'illuminazione di un ragionamento matematico, la passione per un luogo della terra o della mente o per i legàmi perfetti degli elementi chimici.

Certo, oggi più di ieri, c'è degrado ambientale e intellettuale, c'è insofferenza, frustrazione, un senso di vanificazione dell'apprendimento, mancanza di rispetto (davanti e dietro la cattedra, sia chiaro). Ma sarebbe bello che passasse il concetto che si è a scuola non solo perché obbligati, ma perché studiare serve a se stessi, prima che a gratificare (e a prevenirne le punizioni) i genitori o il prof-stracciamaroni di turno.

Ovviamente, anche alla luce di tutti gli scandali e gli obbrobri portati sotto i riflettori mediatici da YouTube&C., c’è sempre più diffidenza e prevenzione nei confronti della scuola.
Violenze, vessazioni.. siano queste fisiche o psicologiche, certo pesano – eccome! - sull'animo e sulla personalità di ragazzi che stanno formandosi.
Ma siamo sicuri che sia proprio la scuola la loro causa? Altrove non vi sono episodi analoghi? Nei cortili, ai giardini, all'oratorio, allo stadio, in palestra.. lì funziona tutto? Non sarà l'animo dell'uomo (anche dell'uomo in nuce che è il ragazzino) a non essere istintivamente buono (alla faccia di Rousseau e del suo "buon selvaggio")? Sarà davvero la scuola a formare mostri, o non sarà che i mostri (formati da anni di “cultura” dell’effimero, della prepotenza, dell’apparire, della prevaricazione, del ruolo dominante dell’avere) arrivino anche a scuola per tentare di sopraffare i deboli? Non sarà che la famiglia, prima educatrice, manchi per stanchezza o superficialità, ai suoi compiti? Non sarà allora che a scuola si tenti –  molte volte persino riuscendovi, ma, si sa, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce – di cambiare proprio questa situazione?

E poi, lo so, anche tra i docenti i tipi umani (poiché, mirabile dictu !, anche gli insegnanti sono persone) sono vari: si trovano il severissimo e il bonario, il saggio e lo psicotico, l'erudito ed il superficiale, l'introverso e l'espansivo e via elencando.
Certo, lavativi e sadici come professori è meglio non averli: al concorso per entrare in ruolo, oltre alla competenza sulla materia, occorrerebbe valutare anche l'attitudine all'insegnamento e alla comunicazione, le qualità umane e psicologiche del candidato, necessarie per una professione così delicata. Purtroppo non è così, e allora potrai avere in sorte una specie di nazista che però sa tutto sul teorema di Fermat, così come il simpaticone che però non spiega la lezione o ci mette un mese per correggere un compito.
Mi sento però di dire che la maggioranza dei docenti non rientra  nel primo e nemmeno nel secondo caso. Credo prevalga il tentativo di trasmettere conoscenza ed entusiasmo con competenza. 

E non si pensi, per favore, che insegnare sia un ripiego, o un comodo posto dove imbucarsi. Chi ritiene sia così (e ce ne sono, mi spiace ammetterlo, anche nella categoria) e prova a stare coi ragazzi con questa idea, non resiste a lungo.

Insegnare è un dono che si offre e si riceve. Regala giovinezza e arricchisce spirito e cervello. Ti rende creativo ed empatico (ciao, Rudiae! ;-) ). Ti aiuta a comprendere meglio te stesso per meglio comprendere i tuoi ragazzi. Ti permette di condividere la conoscenza, di vedere menti che si aprono, di assistere alla nascita della vita intellettuale, a dispetto del mediatico lavaggio del cervello quotidiano. Ti fa mettere sempre in discussione, insegnando così che il dubbio è l'arma migliore contro l'intolleranza e il fanatismo, che l'umorismo abbatte i fantasmi e le paure, che il sapere è ancora oggi, nonostante tutto, l'unica arma che abbiamo per non essere un popolo bue. 

Io, da alunna, ho conosciuto tutti gli aspetti della scuola, da compagni che prima mi escludevano perché la mia famiglia non era - diciamo così - regolare, poi perché "visibilmente" malata (e le persecuzioni, anche fisiche, che ho subìto, hanno lasciato in me una traccia di sofferenza e diffidenza che ha inciso a lungo sul mio rapportarmi con gli altri), a docenti noiosi e poco disposti al dialogo educativo. Ma ho conosciuto anche persone straordinarie che mi hanno comunicato la passione che avevano per la loro materia, che hanno saputo vedere in me al di là della mia dolorosa chiusura, che mi hanno trasmesso un messaggio di forza e di crescita, aiutandomi a credere in me stessa.

C'è di tutto, dentro quelle mura. Così come fuori.
Si chiama vita.

Aglaja

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In ---> parole, scuola, per aspera ad astra, aglaja
venerdì, 14 settembre 2007 - 11:45
Rudiae ha colpito ancora! :-D

Nel post che potete leggere
QUI, propone una catena con queste regole:

Parlare di otto fatti a caso che riguardino se stessi in un post dedicato, scegliere altre otto persone da taggare e dire loro che sono taggate (e, ovviamente, ricordarsi di postare le regole!).


Il giochino mi piace e soddisfa il mio côté narcisistico, ma a chi passare la palla? Ho pensato così di mettere i miei otto fatti personali e lasciare
a tutti, nei commenti, la possibilità di raccontare ciascuno i propri (magari anche solo con un link alle pagine del suo blog).
Lo so che così non è più una catena, ma S.Antonio mi  ha già perdonata e Rudiae, alla modica pena di un pater e cinque ave e un atto di dolore, mi ha già garantito anche la sua assoluzione e il suo perdòno :-)  

Vado quindi a elencare questi otto fatti personali, sperando di ben interpretare lo spirito del gioco:

1) Ogni volta che ho tentato di attraversare un rivo (ruscello, fiumiciattolo o pozzanghera che fosse), ho sempre goffamente perso l'equilibrio, cadendo clownescamente e rovinosamente dell'acqua, tra le inevitabili risate dei miei agilissimi amici/parenti.

2) Mi capita sempre che, quando un libro o un'attività mi prende e mi coinvolge, non ho pace finché non l'ho terminato/a. Posso andare avanti per ore e ore, senza sosta, dimentica  di tutto (persino di mangiare, che - come leggerete al punto 3 - per me è clamoroso :-D )

3) Ho iniziato un migliaio di volte a fare la dieta, con sgarri tali che, alla fine, ero più cicciuta che in partenza :-D. Sono fortemente dimagrita, in realtà, solo nei periodi in cui sono stata male fisicamente. Il male psicologico mi porta invece ad abbuffarmi.

4) Ho lasciato perdere occasioni d'oro in campo lavorativo. Sono del tutto priva di ambizione. E non è un pregio: è coglionaggine. Temo infatti che la virtù della modestia non c'entri nulla e il mio sia in realtà un mix di pigrizia, di timore del cambiamento e di sfiducia.

5) Fino a una decina di anni fa, il computer era per me un oggetto misterioso, cui guardavo con la superbia e il timore della pseudo letterata. Quando ho capito quanto avrebbe potuto essere utile (oggi direi indispensabile) per il mio lavoro e quante possibilità a livello creativo, intellettuale e soprattutto umano avrebbe potuto offrirmi, mi ci sono buttata a pesce per cercare di imparare a usarlo al meglio.

6) Mentre il mio senso dell'equilibrio, come avrete letto al punto 1, è decisamente deficitario, ho un senso dell'orientamento sbalorditivo. Non mi sono mai persa, neppure  in luoghi o città (anche straniere) in cui non ero mai stata e, in frangenti di pericolo, questa virtù mi è stata utilissima.

7) Non butto mai via nulla. Ho orrore della cancellazione.

8) L'emozione che più mi ha stravolta nella vita, al punto che la rivivo ogni volta che ci penso, è quando mi è stato appoggiato sul petto un ranocchietto rosso, grinzoso e con la testa a pera che mi parve bellissimo: mio figlio, appena uscito dal mio ventre ed entrato nel mio cuore per sempre.

Se volete, a voi la parola :-)
Aglaja

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In ---> parole, ottovolante, aglaja
giovedì, 13 settembre 2007 - 23:03
LA POSTA DEL CUORE di DONNA MESTIZIA di Aglaja


Miei cari lettori, mi scrive il signor Giovanni P. da Castelvecchio

"Cara Donna Mestizia, ho un grosso problema che non mi dà requie. Non trovo, appunto, requie. Non riesco a riposarmi, a distendermi, a rilassarmi, sì, insomma: non riesco a dormire. Soffro di una dannata insonnia che mi logora i nervi, mi rende nervoso e intrattabile, mi investe di pensieri orrendi, impulsi segreti e mi spinge a vagare come un disperato nelle lunghe notti senza sonno. Talora, addirittura, mi ritrovo a vagare sulle alture del mio paese, in preda alle mie più oscure ossessioni:

E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle

Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E' l'alba: si chiudono i petali
e un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

Cara Donna Mestizia, come posso raggiungere anch'io la felicità che solo il riposo concede? Come posso trascorrere, finalmente una notte tranquilla? Aiutami tu, se puoi.

Tuo Giovanni P."


Caro Giovanni P.,

Il tuo problema appare davvero grave e con risvolti comportamentali davvero inquietanti. Le tue parole rivelano, infatti, un lato oscuro della tua personalità.

Mi scrivi: E s'aprono i fiori notturni, nell'ora che penso a' miei cari. Sono apparse in mezzo ai viburni le farfalle crepuscolari. Da un pezzo si tacquero i gridi: là sola una casa bisbiglia. Hai l'abitudine di fare passeggiate notturne in camporella, ma con la mente rivolta ai tuoi cari: temi ti scoprano? Ti descrivi acquattato tra i cespugli a osservare farfalle notturne: sei certo non siano, ehm, "lucciole"? Quei gridi che poi si tacciono, non saranno mica quelli dei loro clienti? E poi, andiamo, quanti calici ti sei bevuto per riuscire a sentire una casa che bisbiglia?

Sotto l'ali dormono i nidi, come gli occhi sotto le ciglia : qui è evidente l'invidia per il sonno che per te mai non arriva e che ti porta a coinvolgerti in situazioni, ehm, particolari. Intanto continui ad inciuccarti di freisa (Dai calici aperti si esala l'odore di fragole rosse). E mentre sei in preda ai fumi dell'alcol, ecco che qualcosa attira la tua attenzione: Splende un lume là nella sala. Dunque ora stai spiando dalla fossa erbosa dove ti sei nascosto (Nasce l'erba sopra le fosse) dentro la casa che bisbiglia!

Nonostante ti tormentino gli insetti (Un'ape tardiva sussurra trovando già prese le celle) e il pensiero di poterti beccare l'aviaria (La Chioccetta per l'aia azzurra va col suo pigolìo di stelle) non è cancellato neppure da tutto il vino che hai ingurgitato e che lascia segni tangibili intorno a te (Per tutta la notte s'esala l'odore che passa col vento), continui a spiare cosa accade dentro la casa (Passa il lume su per la scala; brilla al primo piano: s'è spento...).

E rimani fino all'alba a fantasticare morbosamente su quanto hai visto (E' l'alba: si chiudono i petali un poco gualciti; si cova, dentro l'urna molle e segreta, non so che felicità nuova) , incurante della sciatica che l'umidità ti scatenerà sicuramente, dell'acidità di stomaco post sbronza e della ronda dei poliziotti che, prima o poi, ti beccheranno in questa tua attività notturna.

Giovanni, insomma, se vuoi dormire, evita di fare il guardone, di ubriacarti e di girare nelle notti umide: fatti una camomilla corretta al bromuro e vedrai che riposerai meravigliosamente.

Son colei che tutti vizia, son la tua

Donna Mestizia

QUI  la lettera di UGO F. a DONNA MESTIZIA