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SENZA GUSCIO di Aglaja

La osservo, in questa serata grigia di pioggia indecisa, di nuvole basse, di suole consumate che si sottraggono alle strade consuete. Osservo, restando ferma ai bordi della creusa, la limaccia, lumassa bousa, e relativizzo alla mia immobilità il suo moto. Procede impercettibile, implacabile e inconsapevole, neppure conscia di una precarietà che sa di eterno, nel suo riproporsi inevitabile. Trascorre l'orto, la strada e il tempo con costante lentezza, con sfuggente determinazione. Scivola viscida sulla scialba e sottile scia lasciata. Nulla difende il corpo molle e oblungo: flaccida nudità ondulante su muco vischioso. Nella viridità di erbe e muschi si inoltra, strisciando quieta. Oscuro è quanto nell'umidore si cela, ma rifugge luce e calore: appartiene alle sfumature della sera, alle ombre della notte, alle serene inquietudini del riposo altrui. Cerca, nel rezzo amico, polpa di piante generose e foglie che la sostentino e la proteggano. Si nasconde. Il necessario piacere dello sfuggire. La scelta obbligata. La sua natura. Ovvio riconoscersi in quel corpo indifeso, nudo di inconsistente vulnerabilità, nel suo scivolare invischiato del proprio umore. Immagini di un'infanzia di paese materializzano ombre di vecchi: ingoiano limacce vive, persuasi che la bava possa sanare uno stomaco ulcerato di fatica e dolore. E poi un bambino: ginocchia, graffiate come le mie, affondano nella terra bagnata dopo il temporale. Nel piccolo pugno stringe sale. Si china sulla limaccia che spunta nell'erba. Una neve di infiniti cristalli si posa sul corpo scuro e molle, che ora si contorce, si asciuga, si spegne in un'agonia crudele, da cui scappo inorridita. E' celata, ora, al mio sguardo, inghiottita da un anfratto gentile. Resta di lei la scia d'argento, preziosa come le vite inutili. Insensato il mio restare immobile. Ma sento che il sale sta bruciando anche me.


SCHEGGIA 1993 - 2007 PER LEI E PER TE (19/9/2007)
Pensa alla fortuna che ha avuto a trovarti
alla felicità che ha toccato grazie a te
alla felicità che hai toccato grazie a lei
alle mille e mille tenerezze che vi siete regalate e che potrai custodire
a come, per me, sentirvi “parlare” sia stato origliare la bellezza
a come, adesso, un dolore così crudele sia la misura di un bene infinito che saprà vincerlo
a come una Scheggia si conficchi per sempre nell’anima,
ferendola d’amore.
Enzo Costa
Grazie, Enzo.
Scheggia e Aglaja
PER ASPERA AD ASTRA, riflessioni di una vecchia alunna

17 OTTOBRE 2007: a Genova ha inizio il nuovo anno scolastico e le scuole riaprono ufficialmente i battenti, anche se è dal primo settembre che le varie attività - corsi di recupero, riunioni, progettazioni... - sono riprese a pieno ritmo.
Cosa troveranno i ragazzi in quegli edifici vetusti ma "carchi di storia e tradizione", palestra della meglio gioventù borghese, futura classe dirigente, o in quegli altri, fatiscenti dopo pochi anni di (dis)onorato servizio in quartieri periferici, contenitori provvisori di giovani difficili e già senza speranza, tutti comunque ribollenti come verminai di ansie, sogni, storie, problemi, amori, violenze, amicizie, scontri, fatiche, giochi, volontà, soddisfazioni, frustrazioni?
Credo che la scuola (primo esempio di società con cui bisogna confrontarsi) sia come la famosa scatola di cioccolatini di forrestgumpiana memoria: non sai mai quello che ti capita.
Non puoi sceglierti né i compagni né gli insegnanti, talora (vuoi per pressioni familiari o per uno sbagliato orientamento) neppure l'indirizzo di studi a te più consono.
Puoi incontrare l'inferno della persecuzione stolida e crudele di qualche coetaneo prepotente, o del sadismo di qualche docente frustrato. Puoi conoscere la noia di ore vuote, di materie per cui non hai attitudine o male offerte da chi dovrebbe svelarle. Puoi odiare esserci e rifiutarla in blocco, o subirla, apprendendo passivamente, rimanendo in attesa della vita "vera" fuori da quelle mura soffocanti.
Può verificarsi anche una sola delle ipotesi che ho qui sopra prospettato, e sarebbe comunque pesante e molesta.
Eppure, puoi avere anche l'opportunità di imparare un metodo, una forma mentis; puoi avere la possibilità di cogliere (magari per un'intonazione speciale di un certo insegnante, in un'ora qualunque di una qualsiasi mattinata di un particolare anno scolastico) la grazia della poesia e della bellezza, la chiave per comprendere e analizzare eventi del presente alla luce di quelli del passato, l'illuminazione di un ragionamento matematico, la passione per un luogo della terra o della mente o per i legàmi perfetti degli elementi chimici.
Certo, oggi più di ieri, c'è degrado ambientale e intellettuale, c'è insofferenza, frustrazione, un senso di vanificazione dell'apprendimento, mancanza di rispetto (davanti e dietro la cattedra, sia chiaro). Ma sarebbe bello che passasse il concetto che si è a scuola non solo perché obbligati, ma perché studiare serve a se stessi, prima che a gratificare (e a prevenirne le punizioni) i genitori o il prof-stracciamaroni di turno.
Ovviamente, anche alla luce di tutti gli scandali e gli obbrobri portati sotto i riflettori mediatici da YouTube&C., c’è sempre più diffidenza e prevenzione nei confronti della scuola.
Violenze, vessazioni.. siano queste fisiche o psicologiche, certo pesano – eccome! - sull'animo e sulla personalità di ragazzi che stanno formandosi.
Ma siamo sicuri che sia proprio la scuola la loro causa? Altrove non vi sono episodi analoghi? Nei cortili, ai giardini, all'oratorio, allo stadio, in palestra.. lì funziona tutto? Non sarà l'animo dell'uomo (anche dell'uomo in nuce che è il ragazzino) a non essere istintivamente buono (alla faccia di Rousseau e del suo "buon selvaggio")? Sarà davvero la scuola a formare mostri, o non sarà che i mostri (formati da anni di “cultura” dell’effimero, della prepotenza, dell’apparire, della prevaricazione, del ruolo dominante dell’avere) arrivino anche a scuola per tentare di sopraffare i deboli? Non sarà che la famiglia, prima educatrice, manchi per stanchezza o superficialità, ai suoi compiti? Non sarà allora che a scuola si tenti – molte volte persino riuscendovi, ma, si sa, fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce – di cambiare proprio questa situazione?
E poi, lo so, anche tra i docenti i tipi umani (poiché, mirabile dictu !, anche gli insegnanti sono persone) sono vari: si trovano il severissimo e il bonario, il saggio e lo psicotico, l'erudito ed il superficiale, l'introverso e l'espansivo e via elencando.
Certo, lavativi e sadici come professori è meglio non averli: al concorso per entrare in ruolo, oltre alla competenza sulla materia, occorrerebbe valutare anche l'attitudine all'insegnamento e alla comunicazione, le qualità umane e psicologiche del candidato, necessarie per una professione così delicata. Purtroppo non è così, e allora potrai avere in sorte una specie di nazista che però sa tutto sul teorema di Fermat, così come il simpaticone che però non spiega la lezione o ci mette un mese per correggere un compito.
Mi sento però di dire che la maggioranza dei docenti non rientra nel primo e nemmeno nel secondo caso. Credo prevalga il tentativo di trasmettere conoscenza ed entusiasmo con competenza.
E non si pensi, per favore, che insegnare sia un ripiego, o un comodo posto dove imbucarsi. Chi ritiene sia così (e ce ne sono, mi spiace ammetterlo, anche nella categoria) e prova a stare coi ragazzi con questa idea, non resiste a lungo.
Insegnare è un dono che si offre e si riceve. Regala giovinezza e arricchisce spirito e cervello. Ti rende creativo ed empatico (ciao, Rudiae! ;-) ). Ti aiuta a comprendere meglio te stesso per meglio comprendere i tuoi ragazzi. Ti permette di condividere la conoscenza, di vedere menti che si aprono, di assistere alla nascita della vita intellettuale, a dispetto del mediatico lavaggio del cervello quotidiano. Ti fa mettere sempre in discussione, insegnando così che il dubbio è l'arma migliore contro l'intolleranza e il fanatismo, che l'umorismo abbatte i fantasmi e le paure, che il sapere è ancora oggi, nonostante tutto, l'unica arma che abbiamo per non essere un popolo bue.
Io, da alunna, ho conosciuto tutti gli aspetti della scuola, da compagni che prima mi escludevano perché la mia famiglia non era - diciamo così - regolare, poi perché "visibilmente" malata (e le persecuzioni, anche fisiche, che ho subìto, hanno lasciato in me una traccia di sofferenza e diffidenza che ha inciso a lungo sul mio rapportarmi con gli altri), a docenti noiosi e poco disposti al dialogo educativo. Ma ho conosciuto anche persone straordinarie che mi hanno comunicato la passione che avevano per la loro materia, che hanno saputo vedere in me al di là della mia dolorosa chiusura, che mi hanno trasmesso un messaggio di forza e di crescita, aiutandomi a credere in me stessa.
C'è di tutto, dentro quelle mura. Così come fuori.
Si chiama vita.
Aglaja
Parlare di otto fatti a caso che riguardino se stessi in un post dedicato, scegliere altre otto persone da taggare e dire loro che sono taggate (e, ovviamente, ricordarsi di postare le regole!).

Miei cari lettori, mi scrive il signor Giovanni P. da Castelvecchio
"Cara Donna Mestizia, ho un grosso problema che non mi dà requie. Non trovo, appunto, requie. Non riesco a riposarmi, a distendermi, a rilassarmi, sì, insomma: non riesco a dormire. Soffro di una dannata insonnia che mi logora i nervi, mi rende nervoso e intrattabile, mi investe di pensieri orrendi, impulsi segreti e mi spinge a vagare come un disperato nelle lunghe notti senza sonno. Talora, addirittura, mi ritrovo a vagare sulle alture del mio paese, in preda alle mie più oscure ossessioni:
E s'aprono i fiori notturni,
nell'ora che penso a' miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.
Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l'ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.
Dai calici aperti si esala
l'odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l'erba sopra le fosse.
Un'ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l'aia azzurra
va col suo pigolìo di stelle
Per tutta la notte s'esala
l'odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s'è spento...
E' l'alba: si chiudono i petali
e un poco gualciti; si cova,
dentro l'urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.
Cara Donna Mestizia, come posso raggiungere anch'io la felicità che solo il riposo concede? Come posso trascorrere, finalmente una notte tranquilla? Aiutami tu, se puoi.
Tuo Giovanni P."
Caro Giovanni P.,
Il tuo problema appare davvero grave e con risvolti comportamentali davvero inquietanti. Le tue parole rivelano, infatti, un lato oscuro della tua personalità.
Mi scrivi: E s'aprono i fiori notturni, nell'ora che penso a' miei cari. Sono apparse in mezzo ai viburni le farfalle crepuscolari. Da un pezzo si tacquero i gridi: là sola una casa bisbiglia. Hai l'abitudine di fare passeggiate notturne in camporella, ma con la mente rivolta ai tuoi cari: temi ti scoprano? Ti descrivi acquattato tra i cespugli a osservare farfalle notturne: sei certo non siano, ehm, "lucciole"? Quei gridi che poi si tacciono, non saranno mica quelli dei loro clienti? E poi, andiamo, quanti calici ti sei bevuto per riuscire a sentire una casa che bisbiglia?
Sotto l'ali dormono i nidi, come gli occhi sotto le ciglia : qui è evidente l'invidia per il sonno che per te mai non arriva e che ti porta a coinvolgerti in situazioni, ehm, particolari. Intanto continui ad inciuccarti di freisa (Dai calici aperti si esala l'odore di fragole rosse). E mentre sei in preda ai fumi dell'alcol, ecco che qualcosa attira la tua attenzione: Splende un lume là nella sala. Dunque ora stai spiando dalla fossa erbosa dove ti sei nascosto (Nasce l'erba sopra le fosse) dentro la casa che bisbiglia!
Nonostante ti tormentino gli insetti (Un'ape tardiva sussurra trovando già prese le celle) e il pensiero di poterti beccare l'aviaria (La Chioccetta per l'aia azzurra va col suo pigolìo di stelle) non è cancellato neppure da tutto il vino che hai ingurgitato e che lascia segni tangibili intorno a te (Per tutta la notte s'esala l'odore che passa col vento), continui a spiare cosa accade dentro la casa (Passa il lume su per la scala; brilla al primo piano: s'è spento...).
E rimani fino all'alba a fantasticare morbosamente su quanto hai visto (E' l'alba: si chiudono i petali un poco gualciti; si cova, dentro l'urna molle e segreta, non so che felicità nuova) , incurante della sciatica che l'umidità ti scatenerà sicuramente, dell'acidità di stomaco post sbronza e della ronda dei poliziotti che, prima o poi, ti beccheranno in questa tua attività notturna.
Giovanni, insomma, se vuoi dormire, evita di fare il guardone, di ubriacarti e di girare nelle notti umide: fatti una camomilla corretta al bromuro e vedrai che riposerai meravigliosamente.
Son colei che tutti vizia, son la tua
Donna Mestizia
QUI la lettera di UGO F. a DONNA MESTIZIA