mercoledì, 31 ottobre 2007 - 17:44


Britos3


Il cane proletario, che ha vissuto i suoi primi mesi nel motto "Vita dura e con tanta paura", ha iniziato il suo inevitabile percorso verso l'imborghesimento :-)
Già le costoline che spuntavano dal folto pelo chiaro iniziano a mimetizzarsi tra la nuova ciccia, messa su  grazie ai pasti abbondanti che finalmente ingolla con regolarità.
Dall'angolo buio e freddo in cui si era rifugiato il primo giorno, ora è passato al centro dei tappeti più belli, su cui si rotola e offre la visione del suo pancino rosa sempre alla ricerca di coccole e carezze.
L'atteggiamento timido e pauroso, l'atto immediato di sottomissione  alla vista di un'ombra in avvicinamento, l'andare rasente i muri, si sono mutati in un'andatura saltellante da cucciolone - col codone in perenne felice movimento - e in un entusiasta assalto di benvenuto (con tanto di zampone ad altezza spalle e leccata sul naso) quando uno di noi torna a casa.  
Ha scoperto come possa essere divertente far saltare un grosso osso e sentirlo ricadere rumorosamente al suolo;  che dentro quello strano "coso" bianco a due porte si nascondono prelibatezze che le due chef gli cucinano; che ci sono, sparse per la casa, scatole magiche che parlano, suonano e  incantano, tanto che le buffe orecchie prima sempre basse, ora si muovono (anche l'una indipendentemente dall'altra) in un balletto frenetico che capta ogni cosa; che vi sono oggetti strani che, una volta mordicchiati in un prudente assaggio, provocano  negli amici a due zampe curiose reazioni, come urla scomposte ("NOOOOOOOOO!!!!! Il filo del pc! NOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!! Le scarpe da ginnastica! NOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!! Il telecomando! NOOOOOOOOOOOO!!!!!!!! Le cuffie dell'i-pod!!!!! NOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!! La pianta grassa!!!!!!!!!!!!!!!) cui seguono minacce terribili che terminano tutte in una carezza..
Oggi tra mille lusinghe è arrivato sul pianerottolo, ma quando gli si è indicata la comodità di prendere l'ascensore per andare fin dal portone, ha strisciato a marcia indietro verso casa e si è velocemente rintanato in cucina recitando la parte del cane invisibile.
Apprezza molto l'uso discreto del terrazzo come toilette (le sue funzioni vescicali ed intestinali, devo dire, appaiono ottime e abbondanti..) e pare intenzionato a servirsene ancora a lungo.
Ma noi non desistiamo: stasera ci si riprova! :-)

Chiedo scusa a tutte le amiche e a tutti gli amici di blog per la mia latitanza  nei commenti, ma ho avuto giornate, diciamo così, piacevolmente intense :-)
Prometto che tornerò a trovarvi prestissimo e con il consueto piacere.
Un abbraccio a tutti voi, che con tanta affettuosa partecipazione e gentilezza sincera state seguendo le vicende di Britos. Grazie di cuore!

Aglaja
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In ---> aglaja, britos
domenica, 28 ottobre 2007 - 08:58

 

Britos

BRITOS

Da ieri Britos fa parte della famiglia.

Da qualche giorno si aggirava, affamato e spaventato in un paesino dell'entroterra. Ha segni di percosse, forse di un morso (un cinghiale?). Un amico ci ha segnalato la sua presenza: vederlo e portarlo a casa è stato un tutt'uno. Il pomeriggio è stato sempre rintanato in un angolo, terrorizzato che gli si potesse far male, poi si è pian piano rilassato con l'aiuto di buon cibo e di tante carezze. Ha dormito beato in camera di mia mamma, felice di questo cagnone che la guardava adorante. Non ha sporcato e stamattina
l'ha svegliata leccandole la mano, poi, quando si è alzata, è venuto in
camera mia e ha messo le zampone sul bordo del letto per leccarmi il naso. Ha
finalmente girato tutta la casa, ha mangiato soddisfatto e ha giocato con mio figlio.
Poi però, appena abbiamo fatto il gesto di mettergli il guinzaglio (e poi,
più tardi, anche solo di aprire la porta di casa), si è spaventato a morte,
si è messo a pelle d'orso sul pavimento e ha mollato pipì da paura. Quindi è
tornato in camera di mia mamma, rasente il muro. Abbiamo rinunciato
all'uscita (per ora) e l'abbiamo calmato. Ora è qui accucciato ai miei
piedi, e non mi molla un attimo: ha sicuramente paura di essere di nuovo
abbandonato. E'stato probabilmente allevato in una casa: è bene educato ed è
abituato a stare con le persone, cui si affeziona subito. Io penso sia stato
lasciato legato a un albero, o buttato giù da una macchina: ha
terrore di lacci, bastoni e automobili. E', nonostante la mole, ancora
cucciolo, non credo abbia più di un anno, anzi, forse non ci arriva nemmeno.
Potrebbe essere questa la spiegazione per cui è stato abbandonato: troppo
grosso. Mi pare un incrocio tra un lupo (ha le zampe dietro "basse", nella
tipica postura dei lupi) e un labrador.

E' molto facile volergli bene :-)

Aglaja

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In ---> britos
venerdì, 26 ottobre 2007 - 12:44
I segreti della personalità rivelati dall'analisi della scrittura.
Grafologia: una scienza esatta, che non sbaglia mai.
Ma proprio mai!
Dott.ssa Talora Ciprendo,
esperta in analisi grafologica applicata
 
 
 
 
Il Signor Abraham Lincoln, di famiglia modestissima, manifesta molta determinazione  nel voler proseguire gli studi: a costo di molti sacrifici, desidera iscriversi a giurisprudenza, immaginando per sé un luminoso percorso politico. Egli ci chiede quindi se il carattere rivelato dalla sua grafia lo aiuterà nel suo proposito. La firma del giovane Abraham è appena più larga del suo scritto e il testo, come la firma stessa, è organizzato molto meticolosamente. Una similitudine tra questi due elementi (testo/firma), mostra che la persona è estroversa, che ama il contatto con gli altri, cui si mostra con generosità. Tale caratteristica denota quindi un certo aspetto esibizionistico che mi suggerisce di consigliarti, caro Abraham, di dare sfogo al tuo desiderio di metterti sotto i riflettori non percorrendo gli aridi studi giuridici, bensì abbracciando una carriera artistica che vedo a te più confacente. Sono certa che il teatro sarà per te la vera svolta della tua vita.
Saluti,
Dott.ssa Talora Ciprendo

Il Signor John F. Kennedy, agiato irlandese trapiantato negli USA, nutre anch'egli l'ambizione di farsi strada nel mondo della politica, non nascondendo, oltre a nobili ideali, un desiderio di affermazione personale a tutto campo. Nello scritto del giovane John possiamo osservare un movimento rapido e deciso. Notiamo altresì l'angolatura netta, soprattutto nella parte superiore, rivelatrice di un crogiuolo interiore di idee, princìpi e ambizioni. D'altro canto appare una firma un poco più minuta di quanto appaia a prima vista. Questo significa che la persona, nonostante tutte le apparenze, è umile. Si nota, al termine della firma, un largo spazio creato con l'ultima lettera: esso rivela una sensibilità ben più profonda di quanto il soggetto stesso desideri mostrare. Per proteggersi da tale aspetto della propria personalità, che viene vissuto come debolezza, lo scrivente pone questo spazio tra sè e gli altri. Proprio a fronte di ciò, ti sconsiglio, caro John, di intraprendere la carriera politica che decisamente non ti si confà. I due aspetti contrastanti (decisionismo-ambizione/umiltà-sensibilità) possono essere meglio sfruttati, come nel caso di Abraham, nel campo dello spettacolo. Curiosamente, proprio in questi giorni c'è un casting per definire gli ultimi due protagonisti (due fratelli: uno ambizioso e senza scrupoli, l'altro buono e sensibile), per la riedizione di una famosa serie televisiva, "Dallas", mi pare si chiami. Perchè non ti presenti? Chissà che Dallas non sia l'inizio per nuovi orizzonti!
Saluti,
Dott.ssa Talora Ciprendo








Il piccolo Bill Clinton, un ragazzino dell'Arkansas con la passione del sassofono, ha un rapporto molto stretto di affetto e comprensione con la mamma, la quale nutre grandi aspettative nei suoi confronti, al punto da ripetergli spesso che "sente" che sarà la madre del più giovane presidente degli Stati Uniti della storia. Billy ci chiede se l'analisi grafologica conferma la sensazione materna o se ha ragione lui a sognarsi sassofonista. Vediamo, dunque, come la firma di Bill abbia le stesse dimensioni del testo manoscritto e come egli la situi quasi attaccata ad esso. Ciò indica una grande modestia e un fortissimo senso di appartenenza ad un gruppo: sente sé ed il gruppo come un tutt'uno. Nello stesso tempo, la grafia, chiara ed appena inclinata sulla sinistra, rivela un marcato senso di responsabilità e desiderio di portare a buon compimento uno sforzo comune, unito ad una spiccata tendenza alla condivisione dei saperi . Per tali motivi, caro Billy, mi sento di spronarti al prosieguo dei tuoi studi musicali, ma più che solista al sax ti vedo capace orchestrale, pronto a trasmettere la sua passione in coinvolgenti stage sul suo strumento.

Saluti,

Dott.ssa Talora Ciprendo


QUI  le puntate precedenti

 


Aglaja
giovedì, 25 ottobre 2007 - 09:21


 



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Nella prima parte (e poi tutti insieme in conclusione) dello strepitoso concerto di Stefano Bollani al Carlo Felice di Genova, la voce duttile e sorprendente di Petra Magoni, accompagnata dal contrabbasso impertinente e guaglione di Ferruccio Spinetti. Qui due assaggi dal programma di Arbore dello scorso anno. 




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In --->
martedì, 23 ottobre 2007 - 20:40



24 Ottobre 2007
al Teatro Carlo Felice di Genova
YEEEEEEE!!!!
Aglaja :-)

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In ---> musica, concerto, bollani, aglaja
sabato, 20 ottobre 2007 - 20:51
Uno strano morbo di Aglaja




Fu una cosa improvvisa.

Era al banco delle carni, quando alla sua solita domanda: “Ha gli ossibuchi?” il macellaio rispose con voce flautata di donna: “Preferirei una camicetta di chiffon..” “Scusi?” fece la signora distrattamente, certa di avere inteso male “Ho detto che preferirei una camicetta di chiffon, invece di questo grembiulone sporco!” “Grazie, non importa.” mormorò la donna allontanandosi velocemente.

“Che tempi!” pensava tra sé “Guarda tu che maleducato.. ma chi crede di prendere in giro?” iniziava a risentirsi “Devo ricordarmi di cambiare banco, non mi ci vede più, quello lì. Peccato, però: ossibuchi teneri come quelli che tiene non saprei dove trovarli”.

Mentre si affliggeva per gli ossibuchi perduti, prestò distrattamente orecchio alla conversazione di due donnine anziane, che, come lei, si aggiravano tra le merci del mercato, operose come api operaie e che, come tali, ronzavano fittamente tra loro, sorridendosi complici: “Vecchia bagascia sdentata, non riesco più a sopportare il tuo tanfo d’aglio accompagnato dalle stronzate immani che sparii!” diceva l’una “Ciance, ciance, ciance: le stesse ciance da quarant’anni! Dio mio! Morissi! Almeno mi prenderei la tua stanza, baldracca fallita!” diceva l’altra.

“Ma roba da matti!” si stupì la nostra signora “Certo che l’Alzheimer è proprio triste” si rammaricò compunta.

Già carica della spesa giornaliera, prese al volo un autobus per tornare a casa. Era pieno, come al solito, e, come al solito, non c’era posto per sedersi. Si aggrappò goffamente a un sedile, occupato da una ragazza bionda. La fissò speranzosa, ma quella le rispose con un’occhiata vacua. La signora, allora, chiese se potesse appoggiare le borse della spesa davanti ai suoi piedi. La ragazza rispose: “Se proprio devi rompere il cazzo a me..” La donna rimase sbalordita da tanta maleducazione, non seppe neppure cosa rispondere, tanto enorme ed immotivata le sembrava una simile risposta. Rossa in viso per la rabbia e l’indignazione (indignazione accresciuta dal fatto che nessuno -dico, nessuno!- avesse sentito il bisogno di intervenire in sua difesa per riprendere la ragazza) la signora scese alla prima fermata, decisa a proseguire a piedi il percorso verso casa, per far sbollire la furia e la mortificazione. Arrivata nell’atrio, controllò la cassetta della posta e vide che era vuota. “Non è ancora passato il postino?” chiese allora alla portinaia, che passava lo straccio sul corrimano “Sì, abbiamo appena fatto una lunga scopata, ma non c’era niente per lei. Beh? Cos’ha da stare con quella bocca aperta? Non gliel’ha mai detto nessuno che le si vedono le otturazioni?” La signora, senza rispondere, corse letteralmente su per le scale, aprì la porta con mano malferma e, finalmente, lasciati cadere i pacchi a terra, si lasciò cadere sul divano. “Ma cosa hanno tutti, oggi?” Si sentiva oltraggiata: era come se tutti avessero perso l’uso delle buone maniere, dando aria alla bocca senza pensare. Persa nelle sue riflessioni, non si rese conto del tempo che passava e, quando il marito entrò in casa, sobbalzò: aveva dimenticato di preparare il pranzo! “Cosa fai spaparanzata sul divano?” si informò l’uomo, sorpreso “Oh, amore! Ho avuto una mattinata tremenda!” e già stava per raccontare tutte le stranezze capitatele, quando il marito la interruppe: “E chi se ne frega.! E' pronto il pranzo?” “Ma..” “Ma che ma e ma! Ho fame e sono stanco e poi non ho voglia di stare a sentire tutte le stupidaggini che dici di solito. E ora cosa fai? Cos’hai da urlare come una gallina isterica? Sei impazzita? Ma guarda tu: non solo ‘'sta scema non mi fa da mangiare, pure una scenata mi riserva!” . Sempre più sconvolta, la donna si precipitò piangendo giù dalle scale, non senza udire i vicini che, affacciatisi alla soglia dei loro appartamenti, richiamati dal suo pianto isterico, commentavano tra loro: “Niente, niente: è quell’oca della signora Tonti. Avrà finalmente scoperto di essere cornuta.”. Urlando e singhiozzando, scese in strada e, come una pazza, si lanciò tra le macchine e una moto la centrò in pieno. Prima di perdere i sensi, ebbe modo di sentire un mormorio confuso sopra di lei, poche, indistinte parole: “..Deficiente..” “..Proprio cretina..” “..E’ grassa..” “..Si è strappata il vestito..poco male: guarda che straccio!”, quindi svenne.

Riprese conoscenza qualche ora dopo. Sentiva dolore, era tutta ammaccata, aveva diverse fasciature e una gamba ingessata. Davanti a lei, un dottore le sorrideva: “Signora? Come si sente?” Non riuscì a rispondergli: di colpo le era tornato alla mente quanto era successo prima dell’incidente. Si mise a piangere scompostamente. “Su, non faccia così: le è ancora andata bene, sa? Con il colpo che ha preso poteva rimetterci la vita!” “Magari, dottore, magari!”, singhiozzò per tutta risposta “Ma perché dice così, signora!”, disse il medico, costernato. Allora la donna gli raccontò tutto quello che le era capitato in quella folle mattinata. “Capisce, dottore? Come se non esistessi, come se ferirmi fosse per tutti indifferente!” concluse stremata, con un filo di voce.

Per tutta risposta, il medico si tolse dalla tasca un apparecchietto, lo accostò all’orecchio della donna e guardò dentro “Mmm..” commentò “Molto interessante..” Ripeté l’operazione con l’altro orecchio e disse: “Come immaginavo. Lei è stata colpita da un virus molto raro, che rende sensibilissimo l’orecchio interno alle frequenze nascoste, su cui viaggiano le intenzioni, e sordo alle frequenze normali, su cui sono trasmesse le solite parole. Dovrò quindi cercare di non pensare che lei ha...” “NO! Non lo dica!!!” esclamò la signora con veemenza, ma interiormente soddisfatta di quanto aveva comunque sentito. Il dottore uscì velocemente dalla stanza, ma poco dopo, fu portata alla paziente una scatola di pillole con acclusa una ricetta e un bigliettino “Cara signora” vi era scritto “E’ meglio che le scriva, finché non è guarita. Segua scrupolosamente la posologia che le indico sulla ricetta e vedrà che, in pochi giorni, guarirà dal suo noioso disturbo” .

“Due pillole al giorno” lesse quindi sulla ricetta “Beh, se ne prendo tre guarisco prima” si disse allegramente e difatti, nel giro di una settimana, tutto sembrò tornare alla normalità. Col marito che, premuroso, era andato a farle visita, non fece parola del suo vero disturbo, adducendo allo stress e alla stanchezza la crisi di nervi occorsale. Prima di congedarsi, l’uomo si chinò per sfiorarle la guancia con un bacio “Stammi lontano, brutto stronzo” gli cinguettò lei “Cosa?!?” “Mi fai senso” rispose la moglie tendendogli le braccia “Tu sei definitivamente impazzita!” reagì lui scostandosi di scatto e lasciando di corsa la stanza, sbraitando per le corsie “Ma perché ora mi tratta così?” chiese affranta la donna al dottore che era subito accorso “Signora, mi dica la verità: lei ha seguito con scrupolo le indicazioni che le avevo dato?” “Beh.. sì.. col cavolo!”. “Ah ah!” esclamò trionfante il medico “come supponevo! Avanti, quante pillole ha preso?” “Una in più al giorno, i primi due giorni, poi quattro al dì” confessò lei un po’ avvilita “E non ha letto le avvertenze?” “No, che avvertenze?” “In caso di sovra dosaggio, cambieranno le sue frequenze di emissione: inudibili i suoni, avvertibili i pensieri. E adesso, signora, come facciamo?” “Non so.. preferisce qui nella mia stanza o di là nel suo studio?” e un lento sorriso le incurvò le labbra.
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In ---> parole, fughe, strano morbo
martedì, 16 ottobre 2007 - 10:43

 PAROLE IN MASCHERA di Aglaja

Cominciò a ricevere quegli strani biglietti in un giorno di pioggia.

Stava rientrando a casa, dopo un pomeriggio trascorso in biblioteca a fare ricerche. Le strade erano lucide di quel piovasco che par sporcare cose e persone, più che pulire l’aria. Era stanco, la vista appannata per lo sforzo di leggere quelle righe sbiadite, quelle lettere raggrinzite vergate tanti secoli prima. Era stanco, dicevo, ma anche contento: gli piaceva quel lavoro oscuro, quelle pagine da accarezzare, quelle parole da interpretare, quei testi da ricostruire..

“Ehi tu, imbecille! Guarda dove vai invece di stare col naso all’aria” si sentì apostrofare improvvisamente. In effetti, col naso all’aria non stava, ma l’ombrello nero con cui si riparava gli aveva impedito di accorgersi di un omone che veniva dalla parte opposta alla sua e con cui si era scontrato. L’omone lo spintonò bruscamente, facendolo vacillare; per non perdere l’equilibrio, si appoggiò a un cassonetto dell’immondizia, che stava al bordo della strada e fu in quel momento che (non seppe mai in che maniera) si ritrovò in mano il primo bigliettino: “Spieghi incognite muffevi lesse. “Ma che è? Che significa?” si chiese sbalordito, domandandosi se, per caso, fosse stato l’omone a mettergli tra le dita quel pezzo di carta o se fosse stato appoggiato al cassonetto. Gli balenò la folle idea che fosse effettivamente rivolto a lui e che si riferisse al suo lavoro. Poi si rese conto dell’assurdità della cosa, sorrise e si sbarazzò, appallottolandolo, del biglietto, che finì a galleggiare malinconicamente in una pozzanghera.

Il secondo biglietto coincise con un lavoro davvero interessante che stava completando in quei giorni.

Aveva ritrovato un manoscritto molto raro, in cui un monaco viaggiatore descriveva con dovizia di particolari la vita pubblica e privata dei Mandarini cinesi. L’interpretazione critica e la ricostruzione filologica lo stavano appassionando come non mai.

Chissà se avrebbe trovato un editore disposto a pubblicare il suo studio..

Quella sera, tanto per rimanere in tema, decise di cenare a un ristorantino cinese. Non aveva voglia di tornare a casa: nessuno lo aspettava e il solito piatto pronto da microonde non lo allettava.

L’atmosfera del locale, in verità, era un po’ squallida: finto ambiente orientale, finte stampe alle pareti, finti sorrisi della cameriera. Ordinò le solite cose: involtini primavera, riso alla cantonese, pollo alle mandorle, dolcetti della fortuna.

Gli involtini arrivarono abbastanza velocemente. Li tagliò in più pezzi per farli raffreddare e fu lì che trovò il bigliettino: era avvoltolato con cura e, fortunatamente, la salsa di soia non lo aveva macchiato. Incuriosito, lo prese con due dita e lesse “Fife pechinesi? gong muti..”. Con un cenno chiamò la cameriera: “Scusi” si informò gentilmente “Da quando mettete i bigliettini della fortuna negli involtini invece che nei biscotti?” “Velamente negli involtini non mettiamo nessun biglietto, signole” rispose sorpresa la ragazza. “E questo cos’è?” chiese un po’ seccato lo studioso “Non saplei ploplio, davvelo!” disse la giovane stringendosi nelle spalle “Non vollà chiamale l’igiene, velo?” si allarmò poi. “No, no, niente igiene” la rassicurò l’uomo, che, però, chiese il conto e se ne andò, un po’ turbato.

Con la notizia che a un convegno di studi si richiedeva un suo intervento proprio sul tema di quel famoso manoscritto del monaco viaggiatore, arrivò il terzo biglietto.

Era felice come un bambino. Non è che avesse spesso motivo di rallegrarsi, se vogliamo le sue giornate si svolgevano sempre tra quattro mura, fossero queste di casa o di qualche biblioteca. Eppure si sentiva soddisfatto, contento di quel suo muoversi immobile nel tempo.

Volle concedersi una passeggiata nel parco: era tanto che non stava un po’ all’aperto e, anche se faceva un po’ freddino, l’aria era tersa e limpida e il sole gli avrebbe scaldato le ossa. Si fermò a un chiosco. Aveva voglia di un bel gelato alla crema, voluminoso e morbido sulla fragile cialda. I piaceri della vita.. Sorrise a se stesso. Chiese all’uomo del chiosco un cono alla vaniglia, fece per pagare, quando gli scivolarono gli spiccioli dalle mani. Si chinò a raccoglierli, ma, proprio sopra la sua scarpa sinistra era posato un pezzo di carta. Non lo guardò, lo mise in tasca, pagò, si allontanò leccando pensoso il gelato, lo terminò continuando a passeggiare, si nettò le labbra e, finalmente, si sedette su una panchina.

Qui trasse dalla tasca il biglietto, lo cincischiò tra le dita, quasi soppesandolo, quindi si decise ad aprirlo: “Minchione, festeggi? Pfui!. Lo ripiegò con cura e rimise in tasca. Restò seduto ancora per un pezzo, tamburellando con le dita sulla panchina, finchè l’aria si fece troppo frizzante e si decise ad andarsene.

Era un uomo solitario. In fondo non aveva mai imparato a rapportarsi serenamente con gli altri. Quando doveva agire, chiedere, interpellare, fare.. insomma, ogniqualvolta doveva staccarsi dal suo lavoro, dal suo mondo di parole del passato, si sentiva un grande imbranato, una persona del tutto inadeguata. Pagare le bollette era un’impresa cervellotica, parlare al padrone di casa un’imbarazzante questione, comprarsi un vestito un impegno da rimandare sicuramente. E le donne, poi.. Non sapeva proprio come comportarsi con loro. Che dire? Che fare? Quali argomenti potevano interessare? Quali serate poteva offrire? Meglio rinunciare, meglio le madonne rinascimentali di quei poeti cui curava l’edizione critica dei canzonieri.

Una sera, una delle tante uguale alle altre, proprio mentre infilava la chiave nella cricca, vide infilato tra i battenti della porta un bigliettino. Chissà perché, fu subito certo che non fosse il solito segno del passaggio delle guardie giurate. Quando lo prese, sapeva già trattarsi di uno di quei misteriosi messaggi. Entrò in casa, prima di leggerlo. Si tolse la giacca, andò in cucina, prese un cartoccio di vino aperto da molti giorni e, incurante del sapore disgustoso, se ne versò un bicchiere, che buttò giù in un sorso. Prese quindi il biglietto, lo spiegò e lesse: “Sfuggi impoetiche ninfe?” . Lo lisciò, lo mise da parte, apparecchiò per sé (e per chi altri?), tirò fuori dal frigo il prosciutto e il formaggio avanzati, li mise nel piatto, si sedette. Allontanò con delicatezza il piatto, incrociò le braccia sul tavolo, vi appoggiò la testa e, senza motivo, pianse compostamente.

Era diventato distratto. Lui, così meticoloso nel suo lavoro, così concentrato nello studio, stava per ore con lo sguardo fisso sulle pagine, senza vederle. Anche adesso, in biblioteca: non faceva che pensare a quei biglietti.

Cosa significavano? Perché li riceveva? Da dove provenivano?

Sicuramente era uno scherzo. Certamente qualcuno voleva burlarsi di lui. Era sempre stato una persona razionale. Perché ora si sentiva rabbrividire, come se chissà quali misteri si celassero dietro quelle parole.

Quelle parole. Quelle parole. E pensare che lui, con le parole, ci campava!

D’un tratto ebbe un’intuizione: scrisse su un foglio i testi dei biglietti che aveva trovato. Li mise uno di seguito all’altro, in colonna.

Spieghi incognite muffe

Fife pechinesi? gong muti..

Minchione, festeggi? Pfui!

Sfuggi impoetiche ninfe?

Ci impiegò solo un’ora per venirne a capo. Erano anagrammi. Tutti di una stessa frase:

Fuggi finché sei in tempo.

Restituì con calma alla bibliotecaria il tomo che stava analizzando.

Ringraziò con la consueta cortesia.

Si infilò il cappotto.

Uscì dalla biblioteca.

Nessuno lo vide più.

 

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In ---> parole, fughe, aglaja, parole in maschera
domenica, 14 ottobre 2007 - 12:59

Nei giorni scorsi ho attraversato momenti davvero molto difficili. Altri ne dovrò affrontare nei giorni a venire. Ma non mi sono sentita mai sola.

Due persone, in particolare, poiché sapevano in quali acque tempestose stavo annaspando, mi sono state straordinariamente vicine: Zuc e un'amica splendida che ha il pudore della propria generosità (e che perciò mi chiede di non fare apparire il suo nick).   

Se Zuc è una certezza cui da anni ormai mi aggrappo, lei è stata la conferma che si possono incontrare nuove e preziose amicizie ad ogni età e in ogni frangente, anche virtuale.

Ma non voglio dimenticare tutti gli amici blogger che hanno continuato a passare di qui anche in mia assenza, che hanno seminato le loro parole, i loro commenti gentili, i loro saluti sorridenti e beneuguranti, lasciando una scia di luce ad illuminarmi.

A tutti loro, a tutti voi

GRAZIE

Aglaja

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In ---> grazie
martedì, 09 ottobre 2007 - 10:59

TABACCHI E TABACCHINI di Aglaja

Nessuno fumava, in famiglia, però le visite al negozio della tabacchina erano frequenti e la bambina si era sempre chiesta perché. Perché la nonna conversasse così sottovoce con la signorina Gemma. Perché spesso le venissero offerte gommose caramelline al mentolo, ricoperte di una fitta granella di zucchero, che neppure le piacevano. Perché fosse invitata ad andarle a succhiare sulla soglia del negozio, anche se dentro non entravano che rari clienti. Perché la nonna avesse sempre quello sguardo sarcastico e duro, presagio di malumori di cui la bambina finiva per essere il capro espiatorio, quando – finiti i conciliaboli – si tornava a casa.

Ogni “perché” rimaneva insoddisfatto, allorquando la bambina osava rivolgerli alla nonna. Certamente preferiva il silenzio seccato alle bugie. Detestava essere presa in giro: avendone contezza ne rimaneva offesa. Le storie come quelle che il nonno farfugliava (“Sono amiche da anni”, “Non c’è nessun mistero”, “Le piacciono le caramelle”, “C’è bisogno di nuovi mazzi di carte” e via inventando) venivano ascoltate con compassionevole impazienza, certa com’era che dietro vi fosse qualche terribile segreto che il nonno le celava per proteggerla.

A volte, invece di imporle la degustazione di quei piccoli coni di gusto alpino, che si incastravano inesorabilmente tra i dentini, alla bambina si permetteva di scegliere dall’espositore delle pastiglie per fumatori. Ma era una falsa alternativa: in realtà menta e mentolo – che non lenivano, ma irritavano - non lasciavano spazio ad altri gusti e l’a