venerdì, 30 novembre 2007 - 14:41



They Can't Take That Away From Me

The way you wear your hat
The way you sip your tea
The memory of all that
No they can't take that away from me
The way your smile just beams
The way you sing off key
The way you haunt my dreams
No, no they can't take that away from me

We may never never meet again, on that bumpy road to love
Still I'll always, always keep the memory of

The way you hold your knife
The way we danced till three
The way you changed my life
No, no they can't take that away from me
No, they can't take that away from me

We may never never meet again,
on that bumpy road to love
Still I'll always, always keep the memory of

The way you hold your knife
The way we danced till three
The way you changed my life
No, no they can't take that away from me
Noo...they can't take that away from me.

Aglaja

lunedì, 26 novembre 2007 - 18:30

DUE DONNE di Aglaja

bambola_4

Avanzava per la via sempre un po' rasente i muri, con lo sguardo sospettoso di chi conosce la cattiveria altrui. Portava di solito i radi capelli grigi sciolti, la riga di lato e una forcina a sollevarne una banda, chè non le cadesse sugli occhi. Talora, provava invece a tenerli su, in un misero chignon da cui ciuffi sorcigni sbucavano sbadatamente. Era piuttosto alta, ma teneva le spalle strette e curve, a proteggersi da chissà che, e camminando procedeva rapida e furtiva, col collo proteso in avanti, da timida tartaruga che mettesse appena fuori il capo dal guscio a studiare la situazione. Il viso pallidissimo era offuscato da un velo di polvere di riso, tirato sugli zigomi sporgenti, sbiadito come le iridi acquose, di un cilestrino cieco. Paurosamente magra, sembrava sfuggire agli indumenti che indossava: un carapace di tailleur sformati, camicette consunte con colletti sdruciti, da cui spuntava, tesissimo, quel suo collo sottile e rugoso. Ai piedi indossava scarpe da tennis, sfondate e senza stringhe, quasi volesse essere pronta per una fuga improvvisa eppure preventivata.

Non era mai sola. Portava con sè una bambola, una di quelle che un tempo si vincevano alle fiere, con vesti ottocentesche, una lunga gonna a balze con sottogonne di pizzo nero, che mostravano appena lucide scarpettine di vernice nera. La bambola appariva molto più curata di colei che accompagnava: le gote dipinte di rosa erano accese come i capelli sintetici e biondissimi, cotonati in un' improbabile acconciatura; le piccole mani che si aprivano al termine delle braccine rigidamente protese, avevano unghiette smaltate di rosso; le labbra erano disegnate dal tratto preciso di una pennellata di carminio, e svelavano il nitore di una fila di minuscoli denti perfetti; gli occhi, spalancati in una fissità azzurra, erano protetti da rigide palpepre che talora si chiudevano asimmetricamente.

La donna era solita tenerla in braccio, col viso nascosto sul petto vizzo, ma a volte preferiva metterla sdraiata o seduta su di una sgangherata carrozzina per neonati, che spingeva veloce e nervosa, e allora i passanti distratti o irridenti, potevano incrociare lo sguardo, ammiccante e attonito ad un tempo, della bambola.

Quando la stringeva a sè, le parlava fitto fitto, con un linguaggo incomprensibile, fatto più di mugolii che di parole. Pareva, dal tono, che fossero frasi di rassicurazione, consolazione, ma anche di ansia, timore. Poi, improvvisamente, serrava le labbra sottili e ne usciva un qualcosa di musicale, o forse un gemito, che poteva essere una ninna nanna spaventata e spaventosa.

§§§

Prima ancora di vederla avvertivi il suo profumo: un odor di Coty cui si aggiungeva quello dolciastro della cipria. Il viso ne era ricoperto in abbondanza e la polvere rosata colmava i solchi delle rughe che ne devastavano la superficie. Nonostante tenesse caparbiamente le gote ritratte tra i denti (di una perfezione ostentata, come solo le dentiere osano apparire) per simulare una finezza di tratti che non possedeva, le borse gonfie sotto gli occhi, le palpebre pesanti truccate eccessivamente ed una gorgera di pelle cascante ne denunciavano la grevità somatica non solo dovuta all'età. I capelli platinati erano irrigiditi in un'acconciatura forse fuori moda, ma assolutamente conforme all'insieme.

Indossava soltanto abiti neri, resi meno tetri da camicie di pizzo e foulard di seta o stole di visone sapientemente drappeggiate.  Una ventriera dalle crudeli stecche di balena, spingeva il seno generoso in un'ardita postura ad alta gittata, mentre il giro vita veniva vanamente strizzato, costringendo il grasso dei fianchi e del ventre in una tonda uniformità. Calzava decolletè nere dai tacchi a spillo vertiginosi, trampoli su cui arrancava sforzandosi di dare all'andatura un che di superbo e consapevole. Sfoggiava gioielli di gran valore - oro massiccio, pietre di elevata caratura - curando che facessero sempre pendant tra loro. Li ostentava con gesti indubbiamente studiati e ripetuti molte volte, in chissà quali occasioni.

Squadrava le persone che incontrava alzando il sottile sopracciglio disegnato a matita, e in quel gesto vi era un'alterigia ridicola e insostenibile ad un tempo, proprio perchè del tutto inconsapevole della propria ridicolaggine.

Era sempre sola.

§§§

Erano i primi anni '60 del '900, in una piccola città di provincia, dove tutti si conoscevano e dove era facile incontrarsi.

Eppure non si erano mai incrociate, fino ad un pomeriggio in cui, sbucando la donna con la bambola in tutta velocità da dietro l'angolo di un palazzo, travolse la donna in nero. Subito questa alzò il braccio in un moto d'ira, di maestà lesa, aprì le labbra per protestare.. poi rimase come sospesa, la bocca poco signorilmente aperta, il braccio ancora levato irrigidito in un gesto incompiuto.

Si fissavano. Si riconobbero al di là dell'immagine deformata di sé che si mostravano vicendevolmente.

Passò un istante infinito e brevissimo, che le trasportò lontano, a un tempo condiviso che ne aveva devastato, in modo diverso ma conseguenziale, le vite.

La donna con la bambola fu la prima a riscuotersi e, stringendo freneticamente la sua bambina al petto, mugolò, come accade negli incubi da cui non ci si sa risvegliare: "Andiamo via, Mirella, andiamo via" e scappò spingendo altri passanti ignari e divertiti.

La donna in nero stette.

Immobile.

Gli occhi chiusi.

Le guance lasciate cascare, come gli anni che le precipitarono sul viso.

Poi tirò su le spalle e, barcollando un poco, si rimise in cammino.

§§§

La guerra era finita da vent'anni.

---

Aglaja

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In ---> parole, bozzetti, due donne, aglaja
sabato, 24 novembre 2007 - 15:25



LA STRAGE NEL SILENZIO
La violenza sulle donne: un fenomeno antico. E ancora moderno. E il 25 novembre è la giornata internazionale indetta dall'Onu per eliminarla.

LE TESTIMONIANZE

"Così le donne ritrovano fiducia"
"Essere aggredita: io so che significa"
"La storia di Maryam"

In studio a Roma Aldo Morrone, responsabile del servizio di medicina delle migrazioni, ospedale S. Gallicano di Roma, Maria Gabriella Carnieri Moscatelli, presidente Telefono Rosa. In studio a Milano Anna Bandettini, la Repubblica, Isabella Merzagora, docente di psicopatologia forense alla Satatle di Milano. Conducono Paolo Garimberti e Edoardo Buffoni.

NUMERI E VIOLENZA



In Italia, negli ultimi dodici mesi, un milione di donne ha subito violenza, fisica o sessuale. Solo nei primi sei mesi del 2007 ne sono state uccise 62, 141 sono state oggetto di tentato omicidio, 1805 sono state abusate, 10.383 sono state vittime di pugni, botte, bruciature, ossa rotte.

In Italia (non nel terzo mondo!) più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale, ci dicono i dati Istat e del Viminale che riportano un altro dato avvilente: le vittime - soprattutto tra i 25 e i 40 anni - sono in numero maggiore donne laureate e diplomate, dirigenti e imprenditrici, donne che hanno pagato con un sopruso la loro emancipazione culturale, economica, la loro autonomia e libertà.

Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Una piaga sociale, come le morti sul lavoro e la mafia. Ogni giorno, da Bolzano a Catania, sette donne sono prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 22 per cento in più rispetto all'anno scorso.

L'indagine Istat del 2006, denuncia che il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta, che diventa il 68,3 per cento nei casi di violenza sessuale, e il 69,7 per cento per lo stupro.

All'interno delle mura domestiche la violenza ha spesso le forme di autentici annientamenti. Si comincia isolando la donna dal contesto amicale, poi proibendo l'uso del telefono, poi si passa alle minacce e così via in una escalation che non ha fine.

In Italia, l'indagine Istat ha contato 2 milioni e 77mila casi di questi comportamenti persecutori, stalking come viene chiamato dal termine inglese, uno sfinimento quotidiano che finisce per corrodere resistenza, difesa, voglia di vivere. Spesso si comincia con lo stalking e si finisce con un omicidio.

Il 96% delle donne non denuncia la violenza subita, forse per paura. Forse perché non si denuncia chi si è amato, forse perché non si hanno le parole per dirlo.

La manifestazione di oggi, 24 novembre, a Roma, vuole spezzare proprio questo silenzio. "La violenza degli uomini contro le donne comincia in famiglia e non ha confini" è scritto nello striscione che oggi apre, vigilia della giornata mondiale, la marcia delle donne contro la violenza e in nome della propria autodifesa. Manifestazione (raduno piazza della Repubblica, ore 14; info www.controviolenzadonne.org) partita dal basso, senza cappelli politici, grazie alla forza di mobilitazione dei collettivi femministi e degli oltre settanta Centri antiviolenza sparsi in tutta Italia. Una manifestazione fortemente voluta perché le cifre che sopra ho riportato, fornite dall'Istat su richiesta del ministro Pollastrini, non rimangano solo statistiche, numeri freddi, ma svelino, riscattino e aiutino le tante donne annientate dalle violenze subìte.

Le organizzatrici della manifestazione hanno deciso di tenerne fuori gli uomini. Le polemiche a questo proposito sono state molteplici. Personalmente è una scelta che non condivido, perché ritengo che solo coinvolgendo e rendendo consapevoli gli uomini, si possa - UNITI - combattere contro l'ignoranza e la prevaricazione, andando ad aggiornare e civilizzare modelli culturali arcaici e patriarcali, dove il dialogo e la comprensione sono schiacciati dalla violenza cieca e ottusa.

Aglaja
dati e informazioni ricavati da La Repubblica
giovedì, 22 novembre 2007 - 20:29

 

John Coltrane - My Favourite Things

Questo avevo in mente oggi, in un corridoio illuminato dal freddo di un neon

 

 

 Dave Brubeck - Take Five 

Questo mi accompagna in una serata di pioggia, in una stanchezza senza sonno.

 

Aglaja
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In --->
domenica, 18 novembre 2007 - 14:35

NASCITA DI UNA CONSAPEVOLEZZA di Aglaja

Il signor Astolfo, fin da bambino, amava le rime. Intendiamoci, non era un appassionato di versi aulici o di classiche poesie, no. Astolfo era semplicemente convinto che nelle rime vi fosse il magico segreto della vera essenza delle cose. E questo valeva sia per gli oggetti più insignificanti sia per le persone che più contavano nella sua vita.

Non avrebbe mai svelato ad alcuno, però, questo suo segreto. In effetti se ne vergognava un poco, apparendo persino a se stesso stupido.

Come confessare, ad esempio, che, ragazzino, cominciò ad apprezzare veramente il formaggio, quando realizzò che una delle sue rime era maggio? Come spiegare che tale parola gli evocava un alberello di maggiociondolo dagli splendidi grappoli di fiori gialli, quelli che si incantava a osservare nel loro luminoso oscillare nella brezza? E che, ancora, poteva vedere, con quella parola, le rose di maggio, quelle che sue madre tanto amava e di cui conservava i petali profumati nei libri? Per questo, il signor Astolfo si commuoveva davanti a una scamorza od annusava estasiato un gorgonzola come fosse stato un fiore: ma chi poteva comprenderlo?

E poi: tra i pesci, per dire, adorava l'anguilla, perchè la collegava alla rima scintilla e quel pesce sottile, dai bagliori d'argento, gli pareva una stella cometa, una stella filante di luce nell'acqua.

Anche per le persone era la stessa cosa: la signora Colummella Pierina, arcigna professoressa di greco in quarta ginnasio, rimase per sempre nei suoi ricordi come la dolce Stella Marina che egli, attraverso la rima, aveva scoperto tra fondali di aoristi e di piuccheperfetti. Il truce macellaio Pietro - il signor Astolfo ne era convinto - doveva il suo aspetto burbero ed infelice all'aggettivo tetro che con il suo nome rimava.

E così, anche quando si innamorò, il signor Astolfo diede grande importanza alla rima che accompagnava il nome della fanciulla prescelta. Il suo primo amore fu una certa Violetta, che Astolfo volle creder perfetta, ma che di fatto lo tradì con lo stagnino.

Il secondo era una ragazza di Nizza,  si chiamava Anne, ma Astolfo temette certe sue intimità con gli spinelli (sempre grazie alla rima) e la dimenticò rapidamente.

Il terzo fu quello decisivo: venne ad abitare nella casa accanto alla sua una signora di qualche anno maggiore di lui, Patrizia, una curvilinea così morbida che il signor Astolfo finse con se stesso di non aver notato la rima con nequizia e preferì soffermarsi su una più ottimistica letizia, stato d'animo che accompagnò la decisione di impalmare la formosa vicina, ma che raramente ebbe modo di provare negli anni del loro matrimonio, quando si rese conto che le curve del bel corpo di sua moglie si accompagnavano a insospettate spigolosità dell'umore.

Ma non era di questo che vi volevo parlare, bensì di quella volta che il signor Astolfo cominciò a riflettere sul proprio nome. "Astolfo", disse a se stesso il signor Astolfo (anche perchè se lo avesse detto a se stesso il signor Amilcare, avrebbe sbagliato persona ed io avrei sbagliato racconto). "Astolfo", ripetè pensieroso. Fino a quel momento aveva badato a cercare rime per ogni cosa e persona, e mai si era soffermato su di sè. Con cosa faceva rima Astolfo? Qual era la vera essenza di quel mite signore, tutto casa e lavoro, marito e padre esemplare, mai una parola dai toni forti, mai un comportamento appena sopra le righe.. "Golfo?" si chiese perplesso il signor Astolfo. Mmmh, non lo convinceva.. "Zolfo?" Naaa, non prendeva fuoco facilmente.. Insomma: lui che aveva trovato una rima per tutto e tutti, non riusciva a scovarne una che definisse la sua personalità. “Evidentemente, la mia vera essenza è così complessa che una semplice rima non è sufficiente. Occorre passare alle assonanze!”

Si concentrò allora sulle assonanze, passò in rassegna diverse possibilità, ma ancora nulla lo soddisfaceva. Improvvisamente, un'illuminazione: “Polimorfo!”, esclamò ad alta voce. Ma che splendida parola, che superbo aggettivo! Non sapeva neppure lui da dove gli fosse uscito. In realtà, non ne conosceva neppure il significato: gli si era manifestato come un'apparizione, un'epifania, un piccolo miracolo di autocoscienza. In preda a una forte eccitazione corse a consultare un dizionario: "Polimorfo" lesse "Che è in grado di assumere aspetti e modi diversi". Accidenti. Che possibilità meravigliosa! Che orizzonti prima sconosciuti gli si aprivano davanti. "Polimorfo!" continuava a ripetere tra sè, gustando la delizia del suono, assaporando ogni sillaba che quasi sentiva strusciare sui denti. Già si vedeva, come un Tiramolla vivente, assumere aspetti sempre nuovi, adattare la figura e i modi alle circostanze, fisiche ed ambientali, più diverse. Avrebbe potuto essere una farfalla in un prato, un pesce nei torrenti, un pettirosso nel cielo, un.. "'A stronzo!" lo apostrofò la signora Patrizia adirata "Quante volte devo dirti di metterti le pattine quando entri in casa?".

Fu da allora che il signor Astolfo prese a trascorrere molto tempo tra le mura del bagno, dedicandosi alla Settimana Enigmistica: aveva scoperto il suo habitat e la sua essenza monoforme.

Aglaja

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In ---> parole, rime, consapevolezza, fughe, rodolfo, aglaja
mercoledì, 14 novembre 2007 - 16:21
STAZIONE RADIO LONTANA di Aglaja


I miei bambini sono in un cassetto come i miei denti. I miei bambini morti prima di cominciare a vivere, in quel cassetto bianco, in cima agli altri. Me li prende per favore? Non posso andare fin lassù come prima, devono scendere loro, possiamo andare insieme in pasticceria per le paste del loro battesimo che non c’è stato, sa? Non c’è stato, non sono venuti, i miei bambini, sono andati via prima. Mandi via quegli uomini, la prego, mi vogliono picchiare, lo hanno già fatto tante volte, che poi è sempre la stessa, ma tornano sempre. Nel portafogli troverà la tessera: posso prendere un chilo di zucchero, lo porti a mia moglie, presto, l’aspetta, mi aspetta. Mi aspetta ancora mia moglie vero? Per questo non viene: mi aspetta. Mi aspetta a casa. La casa con la stanza grande al centro, poi di lì si va nelle camere e di lì ancora in dispensa e di lì nello stanzino buio, ma ho paura, mi porti via dallo stanzino buio. Perché tenete i miei denti nel cassetto coi miei bambini? Devo uscire, porto fuori il cane. Mi vuole bene il cane. E’ già successo che gli fanno l’iniezione? Mi sembra che gli debbano fare l’iniezione. O la dovete fare a me? Sto male, in effetti, non respiro così bene, non respiro perché ho paura, non capite? Cadono le bombe in galleria, perché la bici va così lenta? La luce è lontana. E’ quella sopra questo letto. E’ il sorriso di mia madre! Mamma! Sei qui? Non capisco cosa stai dicendo. Ho i denti nel cassetto, non posso sentirti, ma ti vedo, anche se sei diversa, sei tu. Quanta gente è venuta a trovarmi, anche lui! Allora avevo ragione che aveva vent’anni come me! Andiamo a farci fare una foto - ho il papillon!- così lo vedono tutti che abbiamo vent’anni e questa è Firenze e siamo felici, felici. Lei! perché mi costringe a inghiottire questa roba?! Non si permetta! Sono rispettato, mi deve rispettare! Disegno le locomotive, partirò presto, ne guiderò una, l’ho sempre sognato e ora lo so fare, guardi, guardi: sto andando. Venga, salti su che andiamo a Firenze. No, mi confondo, ci siamo già a Firenze, lo so che è strana, diversa, ma deve essere Firenze, è così. Gabriella, ascolta la conchiglia. Il mare sono io, non essere triste, Gabriella, ti parlo io, non sei sola. Dov’è la bambina? Che bel sorriso, signorina. Ci conosciamo? Un bel sorriso. L’ho già visto, ma ora non ricordo. Non ricordo.. Mi sembra di sentire il bagnato delle lacrime, ma non ricordo.. sono le mie o le sue, signorina? E per cosa sono? Perché soffro se ho vent’anni e sono felice? Perché non trovo l’incartamento! Mi porti subito quell’incartamento! Altrimenti non riesco a inghiottire e soffoco. Soffoco, non respiro bene. L’incartamento è nel cassetto. Aprite quel cassetto! Liberate i miei denti e miei bambini. Nell’incartamento c’è la chiave di tutto. C’è la mia locomotiva. Devo andare. Mamma.


“Ma che sta borbottando l’otto?” “Farnetica, come sempre” “Sembra una radio rotta”.
Ridono.


Una stazione radio lontana.
Manda impulsi e segnali sonori.
Ma le onde si disperdono nell'atmosfera, rimbalzano e si distorcono.
Un gracchiare, un sussurro, parole interrotte, silenzio.
Fine delle trasmissioni.


Dedicato a mio nonno, che tanto ho amato e che tanto mi ha amato.
Aglaja
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In ---> nonno, reprise, aglaja, stazione radio lontana
domenica, 11 novembre 2007 - 21:06

Ho trovato questo test qualche giorno fa sul bel blog di KRISHEL. Ho provato a sottopormici e quelli che seguono sono i risultati che ho ottenuto. Li pubblico qui perché restituiscono alcuni aspetti di me  che riconosco come veri, nel bene e nel male.
 
Se avete voglia di testarlo su di voi, ecco il link: 

http://salute.donne.alice.it/community/test/luscher/index.html


 Blu: amore e amicizia

Il tuo profilo
Attribuisci alla persona che ami un ruolo dominante e le dedichi tutto il tempo che hai a disposizione. Questo ti gratifica e ti fa sentire bene. Allo stesso modo pretendi dagli altri una dedizione totale e incondizionata, considerandola la base per una relazione duratura e coinvolgente.


 Verde: obiettivi esistenziali
Il tuo profilo
Arrivi alle mete che ti sei prefissato. Dimostri a te stesso e agli altri la tua indipendenza. Ti piace emergere dalla massa e sei sempre in grado di distinguerti. Esigi attenzione e rispetto. Vuoi poter decidere e disporre in base alle tue ferme convinzioni come impostare la tua vita.
 
 Rosso: reazione alle sfide
Il tuo profilo
Aperto alle novità e intraprendente sei capace di vivere in super attività. Dagli altri ti aspetti la stessa energia e soprattutto l’identico entusiasmo. Non ti lasci ostacolare da niente e da nessuno e la scoperta è per te il pane quotidiano della vita.
 
 Giallo: il futuro
Il tuo profilo
Vuoi rapporti saldi sia nel presente che nel futuro, perché non ami il vuoto delle perdite. Ti piace avere rapporti diretti.
Non disdegni i piccoli eventi da cui trai la tua linfa vitale e un'energia rigenerante.
 

 
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In ---> test, intervallo
giovedì, 08 novembre 2007 - 18:59




 Ho scoperto il sito ufficiale di Lelio Luttazzi: bellissimo!
http://www.lelioluttazzi.it/# : ho riascoltato le sue canzoni, ho girato tra le diverse sezioni e poi ho scoperto che si poteva lasciare un commento.
Ecco quello che ho scritto:


Maestro, Le scrivo da Genova per ringraziarLa. Di cosa? Mi permetta un piccolo tuffo nel mio passato, per spiegarglielo.
Nella sala da pranzo di mia nonna troneggiava un radiogrammofono degli anni '50. Avevo il divieto assoluto di toccarlo, ma tant'è.. gli sportelli di legno lucido dalle maniglie d'ottone mi attiravano irresistibilmente. Così, un pomeriggio, approfittai della mia solitudine per andare in esplorazione.
Aperta la scatola magica, accanto al misterioso meccanismo di braccia, puntine e levette con strani numeri (78-33-45), si rivelarono pile di dischi larghi, pesanti e lucidi, imbustati in carta leggera, altri più sottili, infilati in confezioni più recenti e patinate, altri ancora più piccoli, con copertine dove comparivano visi di persone dall'espressione buffa. Mi colpì in particolare un disco del secondo tipo, largo ma leggero, con un'immagine per me affascinante: un pianista che si specchiava nel "coperchio" alzato di un lucidissimo pianoforte a coda, molto più bello di quello verticale, un po' scrostato e scordato che era nello studio di mia mamma e su cui cercavo, con l'indice insicuro, di riprodurre le canzoncine che più mi piacevano. Il titolo del long playing  (ma non sapevo ancora che quell'oggetto si potesse chiamare così) era, più o meno, "Lelio Luttazzi interpreta Gershwin, Rogers e Hart". Sfilai il disco dalla copertina ed armeggiai con le mie piccole dita grassottelle con tastini e levette finchè il piatto iniziò a girare: vi appoggiai il braccio con la puntina e.. magia! Musica bellissima, mai ascoltata prima! Un modo di suonare il piano che inseguiva non uno ma tanti percorsi musicali, come se più voci, apparentemente in modo casuale, si
inseguissero, dialogassero, si perdessero in imprescindibili digressioni e si ritrovassero infine in un crocevia melodico straordinario.
E le canzoni! Altro che il Sanremo che santificava i miei gennai di bambina! E il piglio delle sue mani - che immaginavo mentre danzavano sull'ebano e l'avorio di quel pianoforte - mi trasmetteva cose che (ri)conoscevo in quel momento, anche se ancora non sapevo dar loro un nome: ritmo e dolcezza, swing e sentimento, ironia e commozione.
Maestro, ho scoperto il jazz e i grandi compositori americani grazie a Lei, un viso in bianco e nero delle rare trasmissioni cui mi si permetteva di assistere dopo Carosello e che vedevo a colori per la prima volta su quella copertina!
Grazie, Maestro, per quella magia che, da allora, anche nei momenti più difficili della mia vita, non mi ha più lasciata sola.

Aglaja
 

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In ---> musica, jazz, lelio luttazzi