lunedì, 25 febbraio 2008 - 20:47

Amiche, amici.

Non so dirvi come le vostre parole sappiano toccare il mio cuore.
Scopro persone splendide che sanno manifestare un appoggio e un affetto per me incredibili e importanti.
Non sto bene. Non fisicamente, ma nell'animo, nella testa. Qualcosa si è rotto e sto cercando (no, è meglio dire "aspetto di avere la forza di cercare") di trovare un rimedio, un bostik che rimetta insieme i frantumi.
A ognuno di voi mando un grazie che è riconoscenza, meraviglia, commozione.

Ecco, voglio digitare con forza queste lettere, anche per dare a me stessa lo stimolo per uscire da questa inerzia: prometto che tornerò, che scriverò ancora.
Lasciatemi però ancora  un poco al buio. La luce - e quello che potrebbe mostrarmi - mi spaventa.

Un abbraccio per ognuno, un arrivederci a tutti.

Aglaja 
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venerdì, 15 febbraio 2008 - 18:32

In questi giorni di tristezza lunga e grigia, ho ripensato ad altri miei momenti opachi, e a cosa, in altre circostanze, mi aveva dato la forza per andare ancora avanti, per indovinare, più che scorgere, un lumicino di speranza. Certo, la vita ci sottopone a prove diverse, la cui durezza razionalmente quantifichiamo, ma la cui percezione è soggettivamente più o meno intensa. A volte, dietro a banali nervosismi quotidiani, può celarsi un malessere profondo, le cui cause celiamo agli altri e forse -in primis - a noi stessi. Altre volte, invece, ci tocca affrontare ondate  violente di problemi senza soluzione, e la voglia di lasciarsi andare alla deriva è forte. Poi, magari, basta il baluginare di un pensiero ed ecco che si riprende a galleggiare e, poi, persino a dare qualche bracciata. 

Questo scrivevo, quasi cinque anni fa, aprendo uno spiraglio nella mia (allora) inviolabile corazza.  

***

Vado a ruota libera..

Hai mai ascoltato la canzone " Oh che sarà" di Chico Buarque de Hollanda, nella meravigliosa traduzione di Ivano Fossati?
La ascoltavo in macchina, mentre tornavo dalla mega spesa consumistica finto-risparmiosa autentico-sperperosa (guarda che danni può lessicalmente fare il residuo di antiche pubblicità Fiat..).
Era stato un lungo pomeriggio di fatica fisica (mi stanca molto, come ti scrivevo, questa incombenza), seguito a una mattinata intensa, strana, contraddittoria, a cui continuavo a ripensare.
Mi ero arrabbiata con i ragazzi di terza, perchè all'ultima ora (la sesta) non seguivano con sufficiente attenzione le noiosissime beghe dello scisma d'occidente, e poi mi ero arrabbiata con me stessa perchè mi era scappata la pazienza (sono un po' nervosa, in questi giorni) e pensavo che, in fondo, ero io che non riuscivo a dare quel brio necessario per catturare ancora un po' del loro interesse in quella lunga mattinata. Prima ancora, le lezioni in quinta e quarta mi avevano portato a spasso nel tempo tra la prima guerra mondiale (con anticipazioni sul dopoguerra e la seconda) e le guerre di successione del '700 (il lunedì è dedicato alla storia) e lì la fascinazione e l'affabulazione avevano ancora funzionato. Poi doveva aver prevalso la stanchezza e mi ero un po' spenta..
Arrivata a casa avevo trovato una lettera (di carta :-) ) ad aspettarmi.
Veniva dal passato, da un ragazzo che avevo avuto molti anni fa al professionale, in una classe molto difficile, con tanti casi, come dire, disperati (e non mi riferisco, ovviamente, alla sola didattica). Era una lettera bellissima, che mi aveva molto commosso e che mi aveva offerto un raggio di luce: diceva, sostanzialmente, che a distanza di tanti anni, ormai uomo e lavoratore, ripensava spesso alle mie lezioni di italiano, a come, fra quella "teppa urlante" (parole sue), ero riuscita "a gettare il seme della poesia" e questo seme in lui era germogliato, tanto che ancora adesso sentiva "il bisogno, la necessità di scrivere", come gli avevo insegnato io, "perchè la vita, senza poesia, senza emozioni, senza la parola e l'ascolto non avrebbe senso". Che bello, Zuc! Che gioia avevo provato!
Girando con il carrello sempre più pieno e pesante, rileggevo mentalmente quella lettera e sorridevo. Poi guardavo i visi, stanchi come il mio, delusi come il mio, arresi come il mio, e pensavo che forse solo la poesia poteva davvero salvare il mondo. Oppure, poteva bastare uno sguardo, meno opaco del solito, un sorriso, non di circostanza, una parola, non di maniera, per illuminare - meglio delle cremine al retinolo che occhieggiavano dagli scaffali - lo sguardo delle tristi signore, ad addolcire - meglio delle merendine al colesterolo  - la bocca di chi crede di non aver più niente da dire.
E poi, in macchina, ecco le voci di Fiorella Mannoia e Ivano Fossati che cantavano:

"Ah che sarà che sarà
che vanno sospirando nelle alcove,
che vanno sussurando in versi e strofe,
che vanno combinando in fondo al buio,
che gira nelle teste e nelle parole,
che accende candele nelle processioni,
che va parlando forte nei portoni e grida nei mercati,
che con certezza sta nella natura nella bellezza,
quel che non ha ragione nè mai ce l'avrà,
quel che non ha rimedio nè mai ce l'avrà,
quel che non ha misura.
Ah che sarà che sarà
che vive nell'idea di questi amanti,
che cantano i poeti piu' deliranti,
che giurano i profeti ubriacati,
che sta sul cammino dei mutilati e nella fantasia degli infelici,
che sta nel dai e dai delle meretrici,
nel pianto derelitto dei bambini.
ah che sarà che sarà..
quel che non ha decenza nè mai ce l'avrà,
quel che non ha censura nè mai ce l'avrà,
quel che non ha ragione.
Ah che sarà che sarà
che tutti i loro avvisi non potranno evitare,
che tutte le risate andranno a sfidare,
che tutte le campane andranno a cantare
e tutti i figli insieme a consacrare
e tutti i figli insieme a purificare
e i nostri destini ad incontrare.
Perfino il Padre Eterno, da così lontano,
guardando quell'inferno dovrà benedire
quel che non ha governo nè mai ce l'avrà,
quel che non ha vergogna nè mai ce l'avrà,
quel che non ha giudizio.
Ah che sarà che sarà
quel che non ha governo nè mai ce l'avrà,
quel che non ha vergogna nè mai ce l'avrà,
quel che non ha giudizio.
Ah che sarà che sarà
quel che non ha governo nè mai ce l'avrà,
quel che non ha vergogna nè mai ce l'avrà,
quel che non ha giudizio."

Ieri sera, alle dieci, una mia alunna, ricoverata in ospedale per un incidente stradale, mi ha telefonato. Voleva che le parlassi, voleva essere aiutata a non avere incubi nella lunga notte che l'attendeva.
Non sa quanto sia stata lei ad aiutare me.

Che sarà, Zuc? Che sarà?

Aglaja


***

 Un'ultima cosa, i miei problemi non mi impediscono di guardarmi attorno e di seguire quanto accade in questo nostro incredibile paese. Nella colonna di destra, nella sezione "NON SOLO 8 MARZO", ho inserito un nuovo banner. Vi prego, cliccateci sopra e fate ciò che la vostra coscienza vi suggerisce.


Un abbraccio.

Più tardi risponderò alle vostre parole che, con affetto, mi lasciate ad accarezzarmi :-)

A.


 

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venerdì, 08 febbraio 2008 - 17:55


"Volevo stare un po' da sola
per pensare tu lo sai,
e ho sentito nel silenzio
una voce dentro me
e tornan vive troppe cose
che credevo morte ormai.....
e chi ho tanto amato
dal mare del silenzio
ritorna come un'onda
nei miei occhi
...
ed improvvisamnete
ti accorgi che il silenzio
ha il volto delle cose che hai
perduto
e io ti sento amore
ti sento nel mio cuore
stai riprendendo il posto che
tu non avevi perso mai
che non avevi perso mai
che non avevi perso mai"

Scusate, amici. Sto un po' in silenzio.
A presto.

Aglaja


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lunedì, 04 febbraio 2008 - 18:02




Three little unexpected children
Simultaneously, the doctor brought us
And you can see that we'll be
Three forever and a-e-i-o-
You wouldn't know how agonizing
Being triple can be
Each one is individually the victim
Of the clinical day e-i-o-
Every summer we go away to Baden Baden Baden
Every winter we come back home to Walla Walla Walla

We do everything alike
We look alike
We dress alike, we walk alike
We talk alike
And what is more
We hate each other very much
We hate our folks
We're sick of jokes on what an art it is
To tell us apart!

Fred : If one of us gets the measles
Jack : Another one gets the measles
All : Then all of us gets the measles
And mumps and 'flu.
How I wish I had a gun
A widdle gun
It would be fun to shoot the other two
And be only one.

Fred : Mrs Whipple Poofer loves to talk to
Mrs Hildendorfer of the fatal natal day
She had her silly Willy

Nanette : Mrs Hudson-Cooper loves to talk to
Mrs Golden-Wasser
Of her major operations
When she had her twins.

Jack : But when Mother comes along
She silences the others
She accomplished something
That is very rare in mothers.

All : MGM has got a Leo
But Mama has got a trio
She is proud but says three is a crowd

Oh, we do everything alike
We look alike
We dress alike, we walk alike
We talk alike
And what is more
We hate each other very much
We hate our folks
We're sick of jokes on what an art it is
To tell us apart!

We eat the same kind of vittles
We drink the same kind of bottles
We sit in the same kind of high-chair
High-chair, high-chair!

How I wish I had a gun
A widdle gun
It would be fun to shoot the other two
And be only one.
***

Lo so, lo so, piace solo a me e forse ad altri tre, ma non ho resistito a postare questa meraviglia. 

Sorry :-)

Aglaja
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venerdì, 01 febbraio 2008 - 20:29
MIGRANTI di Aglaja



Lucio, a seguito del mio post precedente, aveva scritto questo bellissimo commento:

"dolcissima storia...proprio sabato mattina, aggiornamento patologia della tiroide.Toh! Una dottoressa rumena! Carina, bionda, capelli lunghi non curati,un vestitino bianco con uno strano cappottino d'oltre cortina di un tempo, con pelliccetta non identificabile. Parla timidamente, un italiano che s'inceppa raramente, con un sorriso che non vuole emergere. Ben presto ci accorgiamo che dice cose nuove per noi. Tiriamo fuori pezzettini di carta e prendiamo appunti. Normalmente non lo facciamo perchè i nostri professoroni ripetono banalità che sappiamo e incassano il gettone di presenza. Ci lascia estasiati e momentaneamente ricchi. "Grazie e scusatemi" è il suo timido saluto. Era una scienziata".

Commossa e deliziata da questa figura timida e intelligente, che offriva speranza e luce dopo il buio che avvolgeva la sorte del bimbo di cui avevo scritto, avevo promesso a Lucio che avrei parlato anch'io di persone che  stanno tentando o hanno tentato di dare una svolta alla loro vita

***


Tra le tante ragazze e i tanti ragazzi (dai visi più o meno ambrati, dagli occhi più o meno scuri, dai capelli più o meno crespi, dagli accenti più o meno musicali, dalle storie più o meno disperate) che ogni giorno incontro per raccontare di uomini e donne del passato e dei loro percorsi tra parole e avvenimenti, vi sono due sorelle che vengono dalla Romania.

Una è in quinta, l'altra è in quarta. Sono molto riservate, colpisce lo sguardo quieto che però inchioda per serietà e consapevolezza. Hanno capelli neri e lunghi, che portano come un manto, a nascondere un collo sottile e delicato, come delicata è la loro carnagione, diafana e setosa.
Parlano sottovoce in un italiano corretto, dalle vocali strette e chiuse come loro: discorsi brevi, essenziali, mai una parola a sproposito. Se impreparate (accade davvero raramente) tacciono, evitando stupidaggini improvvisate o scuse di routine. Manifestano interesse per tutto ciò che è ragionamento e bellezza. Sono convinte (me l'hanno detto entrambe, in momenti diversi), di avere una possibilità e di non volerla perdere. La maggiore, in un saggio, mi ha raccontato la storia che c'è dietro alla venuta in Italia della sua famiglia. C'è fame, miseria, desideri calpestati, desiderio di riscatto e di futuro, voglia di lavoro e di casa, esigenza di una ritrovata dignità sociale. Studiando, imparando e applicandosi oggi, trovando una professione consona alla loro preparazione domani, sanno che stanno  restituendo i sogni rubati ai loro familiari, sanno che stanno difendendo con orgoglio la loro origine.

Ecco, queste ragazze, così come tante altre persone che ho conosciuto, sono come noi, tanti anni fa, sulle navi verso le "Meriche", sui treni verso la Svizzera, la Germania, il Belgio.

Ma forse l'abbiamo scordato.

Eppure sono molti quelli che, fra noi, possono raccontare di avere avuto, solo poche generazioni fa, un bisnonno, un prozio, un parente che ha tentato l'avventura del viaggio, ha giocato l'azzardo del cambiamento, ha provato a staccarsi dalle proprie radici per offrirsi una possibilità, per non perdere l'occasione, o solo per sfamare i propri figli.
 
Il mio, era il fratello maggiore di quella nonna che spesso appare nei miei racconti.

Si chiamava Modesto. I suoi già si erano trasferiti dalla Toscana alla Liguria, e le fornaci del porto, dopo quello di suo padre, avrebbero raccolto anche il suo sudore.
Ma i sogni di Modesto erano volitivi. Voleva l'America e prese il vapore per trovarla. E la trovò in Argentina, dove lo accolse l'antico mestiere del contadino e una vecchia coppia di altri italiani senza figli, che gli chiese di restare con loro e di lavorare, come un figlio, la loro terra.
Ma la madre, la vera madre, leonessa còrsa, non si rassegnava a quel suo sangue perduto e lo rivolle. A tutti i costi, col feroce egoismo della disperazione. E ritornò, Modesto, modestamente come era partito, con l'unica ricchezza di un braccialetto d'oro che donò non alla madre, ma alla sorella minore, quella sorella che, unica in famiglia, aveva studiato e che sola avrebbe potuto leggere quelle lettere che lui, analfabeta, non aveva potuto scrivere, ma solo pensare mille volte, per mille notti. E lasciò, così,  oltre l'Oceano, i sogni, i progetti, un benessere promesso e un affetto nascente.
Trovò il calore della fornace ad attenderlo, ed il porto. E la morte, in un'alba fredda e nebbiosa, schiacciato dal carico di una nave sfuggito a una gru, mentre ancora guardava i vapori partire.


Aglaja
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