lunedì, 07 gennaio 2008 - 17:25
Krishel, lancia una sfida: "Dovete scrivere una storia seguendo l'ordine delle lettere dell'alfabeto. Ah, ovviamente bisogna nominare tre persone e nella storia deve essere coinvolto il nome di chi vi ha nominato". Poiché tra i nominati vi sono io, raccolgo la sfida, ma - more solito - spezzo la catena: chi tra i web viandanti che si imbattono in questo post vuole provare a giocare con noi, si accomodi pure :-)

A
glaja Bramava Comporre Distici (1) E Fescennini (2). "GHo Importunato
KRISHEL", Lamentavasi, "Ma Non Oso Proporle Questo" Ritenendo Suo Testo Un Vergognoso Zibaldone
(3).

(1) Il distico è una strofa formata da una coppia di versi.
(2) I fescennini sono opere protoletterarie, tipicamente popolari, e sono la più antica forma di arte drammatica presso i Romani.
(3) Lo Zibaldone, in senso spregiativo, è uno scritto, discorso od opera artistica, composto da elementi tra loro eterogenei e incoerenti.

Ciao :-)
Aglaja


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In ---> giochino, aglaja
sabato, 05 gennaio 2008 - 16:18

REGALO DI NATALE di Aglaja  

Avvertenza: il racconto comprende termini ed espressioni in zeneise (genovese). La traduzione è nelle note. Abbiate pazienza, ma mi è venuto così :-) 

Non era stato un regalo di Natale particolarmente gradito né atteso.

Anzi, nella marea di oggetti di poco valore che tra colleghi simpatici o gentili conoscenze o parenti di scarsa frequentazione si era usi scambiarsi, quello gli era addirittura sfuggito, tanto che neppure ricordava chi glielo avesse donato. Forse la vecchia zia Pinin, che conservava tutto in nome dei bei tempi andati. Forse la glamourevole signorina Stimamiglio, del quarto piano, che ogni mattina incrociava mentre portava a spasso il suo barboncino dal perlaceo pelo spumoso e profumato. E se fosse stato il suo collega di stanza, quello schivo ragionier Narciso che, a dispetto del cognome, era un eclatante caso di complessata timidezza? A pensarci, sarebbe stato proprio da lui lasciare un pacchetto senza farsi scorgere, per evitare imbarazzanti e imbarazzati ringraziamenti. Avrebbe però potuto essere il cortese edicolante - sempre deferente e servizievole con lui che, oltre al consueto quotidiano, collezionava ogni sorta di fascicolo con gadget accluso - a decidere di gratificare con quell'omaggio un così buon cliente.

Mah.. proprio non riusciva a rammentare in che occasione gli fosse capitato tra le mani, e la mancanza del consueto biglietto beneaugurante di accompagnamento rendeva ardua l'impresa di rintracciarne il donatore.

Certo che non riusciva a comprendere come potesse essergli sfuggito, dal momento che non poteva certo dirsi minuscolo: a dirla tutta, era stato proprio il primo dei pacchetti che aveva deciso di aprire giusto la mattina di Natale, come quando era piccolo e le feste avevano ancora un senso.

Allora sì che scartare i regali era una festa irrinunciabile: che gioia eccitante l'andarne a caccia fin dalla sera precedente, fingendo di dormire per poi avere via libera ed iniziare prima l'attesa di un munifico Gesù Bambino, e poi, più grande, aspettare il momento in cui i genitori avessero finito di sistemare i pacchi sotto l'albero per uscire dal suo nascondiglio e cominciare a scuoterli curioso.

Poi tanti natali erano trascorsi e con loro il tempo e i volti e le piccole felicità che rendono vivi. Intendiamoci: non che la sua fosse una vita grama. Aveva fatto carriera, era ben sistemato, la casa - ereditata dai suoi - era la stessa in cui era nato e cui aveva portato significative migliorie che l'avevano resa ancora più accogliente. Coltivava, nell'ambito professionale, soddisfacenti relazioni sociali e si concedeva stuzzicanti relazioni d'altro tipo, anche se queste, ormai, sempre più sporadicamente. "Una vita tranquilla", amava definirla compiaciuto, soddisfatto di sé.

Per quel Natale non aveva previsto nulla di particolare. Sapeva già che, come ogni anno, sarebbe giunto l'invito a pranzo della zia Pinin che, come ogni anno, sotto le feste si rammaricava in special modo per la sorte di scapolone di quel suo algido nipote, il quale, come ogni anno, avrebbe rifiutato - con scuse sempre più improbabili - di essere arruolato in estenuanti tombolate con parenti ormai estranei. In effetti, come ogni anno, aveva già prenotato il consueto ristorantino poco lontano da casa, che, come ogni anno, a Natale, arricchiva il solito menù con portate "esotiche" - la definizione era di Annunziata, la proprietaria, che, assediata dai sempre più numerosi localini etnici che pullulavano nel centro storico, spacciava per tali le ghiotte specialità della tradizione campana -.

Tuttavia, il piccolo rito dei pacchettini da sfasciare aveva voluto conservarlo. Sapeva di non poter contare su grandi sorprese, visto che aveva accumulato, per l'appunto, solo quelle quisquilie convenzionali e di routine che a sua volta aveva offerto ai vari conoscenti. Non che non si fosse tolta qualche soddisfazione  (e avrebbe voluto vedere, con tutto quello che lavorava!): un nuovo impianto home theater troneggiava già dalla sera precedente in soggiorno, mentre nel cassettone da due settimane riposavano - ancora incellophanate - un paio di camicie finissime, con le cifre del suo nome ricamate tono su tono. Contava anche sul classico oggetto di rappresentanza (il Natale scorso aveva ricevuto una penna d'argento - con il prestigioso marchio della Ditta - che non mancava mai di far spuntare dal taschino della giacca) che il capo del personale era solito inviare ai dipendenti più efficienti e motivati e lui sapeva che anche quest'anno era stato degno di quell'ambìto riconoscimento.

Quella mattina, quindi, si era alzato di buon'ora e, senza neppure poltrire un minuto più del necessario tra le tiepide coltri, era balzato con le gambe ossute fuori dal letto e, a piedi scalzi, era corso all'ingresso del suo appartamento, dove, sopra il tavolinetto dove ogni giorno buttava negligentemente le chiavi di casa e il cellulare, aveva poggiato un minuscolo presepe di peltro racchiuso in un cofanetto di velluto rosso (un regalo della devota zia Pinin, o era ancora della defunta zia Teresitta? Lo aveva scordato). Sotto il tavolino, aveva nascosto, man mano che gli venivano consegnati, tutti i regalini, col proponimento di aprirli solo la mattina di Natale.

Ecco dunque il momento tanto infantilmente atteso (un poco se ne vergognava, ma tant'è..). Il suo sguardo fu immediatamente attratto da un pacchetto sottile ma ingombrante per larghezza, tanto da fuoriuscire di alcuni centimetri da sotto il tavolinetto. Quando lo aveva messo? Non dandosi il tempo di rispondere, lo aveva scartato giulivo, ma era rimasto perplesso ritrovandosi tra le mani una cornicetta di legno semplicissima, che racchiudeva una stampa, no, una foto, anzi, osservandola meglio, neppure una foto: un vecchio dagherrotipo che ritraeva una piazzetta del centro storico della sua città. Al centro dell'immagine, una chiesa sopraelevata rispetto alla strada, alla quale era collegata mediante una ripida quanto scenografica scalinata. L'edificio - dalla facciata stinta e dimessa, nonostante la cupola, i pinnacoli e tre robuste arcate - era infatti collocato su una grande terrazza, con  al piano terra varie botteghe. Intorno ad esso, incombevano palazzi alti e addossati l'uno all'altro, dalle persiane alla genovese abbassate. Ciò che colpiva, però, era la desolazione di quella piazza vuota. Sembrava che la foto fosse stata scattata subito dopo chissà quale evento che avesse spazzato via ogni forma di vita. Nessuno che sbucasse dalle botteghe, o si affacciasse alle finestre, o attraversasse la piazzetta, o salisse per i gradini dello scalone, o si incamminasse nei vicoli che si intravedevano ai lati della chiesa. Non un'anima viva.

Rimase qualche minuto ad osservare quell'immagine, rigirando ogni tanto la cornice per cercare, magari sul retro, una dedica, una frase, una scritta qualsiasi che potesse illuminarlo sul significato e la provenienza dell'oggetto. Nulla trovando, lo poggiò nuovamente sul pavimento, dove era rimasta la semplice carta da pacco, senza alcun decoro, con cui era stato fasciato. Iniziò a scartare gli altri doni, fingendo con sé stesso una partecipazione gioiosa che in realtà non provava, continuando infatti ad arrovellarsi su chi poteva avergli fatto quello strano regalo. Un accendino (caspita! la signorina Pittaluga non si era dunque accorta che da sei mesi aveva smesso di fumare!), fermacarte, CD, best seller, cravatte.. le solite cose (magari riciclate) che ogni anno riceveva.

Terminato il rito, iniziò a ripiegare con cura la carta degli involucri, ad arrotolare i nastri, a recuperare le decorazioni. Li avrebbe poi depositati in una larga scatola di cartone, nascosta in un ripiano dello stanzino delle scope, in cui conservava quanto necessario per confezionare nuovi regali per il prossimo anno. Mise poi ogni oggetto ricevuto nella collocazione migliore: le cravatte nel "gira-cravatte" a pile (altro dono aziendale di uno dei natali scorsi) chiuso nel suo armadio; i best seller (che difficilmente avrebbe letto: arrivava troppo stanco, la sera, per potersi poi dedicare anche alla lettura) nella bella libreria di noce ereditata dal padre (lui sì, vero e accanito lettore!); i cd nella torre nera accanto allo stereo; i fermacarte in fila (sempre più affollata) con gli altri già ricevuti, su una mensolina d'ardesia del soggiorno. Lo spiritoso accendino a forma di Lanterna - dono della distratta signorina Pittaluga -  fu riposto in un cassetto della cucina: se ne sarebbe servito per accendere il gas.

E la cornice con il dagherrotipo? "Che triste", borbottò tra sé scuotendo il capo. Eppure scelse per essa un'inedita sistemazione: piantò un chiodo con pignola perizia, e l'appese esattamente sopra lo schermo piatto del suo televisore al plasma. Quindi, andò a prepararsi: si lavò, versò un poco di "Acqua di Genova" - la colonia con cui si irrorava per i suoi rari appuntamenti galanti - sul palmo delle mani e si picchiettò le gote accuratamente rasate, indossò una delle camicie nuove e un completo nocciola elegante, cercò una cravatta che vi si intonasse, infilò il suo paltò cammello, quello che tirava fuori solo per le grandi occasioni, e andò al ristorante di Nunziatina a consumare il suo solitario pranzo di Natale.

Con sua meraviglia, scoprì di essere l'unico avventore, se si escludeva il signor Mario, rimasto vedovo sei mesi prima e da allora cliente fisso mezzogiorno/sera del locale. "Cosa vuole, la crisi.." allargò le braccia Annunziata, ciabattando tra la cucina e la sala. Il pranzo fu comunque squisito e accurato - come sempre, del resto - e la cuoca insistette perché i due ospiti si servissero una seconda volta dal carrello dei dolci (ottimi, ma il pandôçe (1) della zia Pinin un poco gli mancava). "Ed è "a grati"! (2) E' Natale! Mangiate, non fate complimenti!", li incitò sorridendo, e furono "a grati" anche il caffè e l'ammazzacaffè (quello speciale limoncello che Nunziatina preparava in casa). Satollo e soddisfatto - sia del pranzo che della spesa -  tra i calorosi auguri della padrona e del signor Mario (che parve invece desideroso di fermarsi ancora un poco..) decise di tornarsene subito al suo appartamento, essendo la giornata piuttosto rigida.

Fu con un senso di riconoscente rilassatezza che si buttò a corpo morto sulla poltrona davanti al teleschermo, con i numerosi telecomandi già a portata di click. Eppure non accese né l'home theater, né la televisione, né lo stereo, e neppure l'i-pod, la cui cuffietta pendeva dal bracciolo. Il suo sguardo era fisso sul dagherrotipo. C'era qualcosa che non gli tornava. Subito non comprese di che si trattasse, poi, alzatosi per esaminarlo meglio, si accorse dell'anomalia: seduti sui gradini della scalinata vi erano alcune persone, ragazzi, gli parvero. "Saiö abelinòu ?" (3) si chiese ad alta voce (gli capitava, talora, di parlare da solo). "Avrei giurato che non ci fosse nessuno", rimarcò scuotendo il capo. "Troppo stress", concluse ragionevolmente più sottovoce.

Pacificato con sé stesso e con il mondo, si appisolò sulla poltrona, complice la lunga digestione che il suo stomaco chiedeva di poter svolgere con calma, e il tepore della casa (contravvenendo ai suoi princìpi e alle raccomandazioni delle autorità cittadine, aveva regolato il termostato qualche grado in più del consentito). Si risvegliò di soprassalto dopo qualche minuto (o così gli parve). Era sudato eppure tremava di freddo: "Ho mangiato troppo", si rimproverò. Era buio e dovette accendere l'abat-jour per vedere l'ora della pendola di nonna e verificò che in realtà erano le sette di sera. "Berrettin! (4) non ho neppure fatto una telefonata d'auguri a lalla Pinin (5), povera donna!" esclamò desolato sì, ma non abbastanza da comporre il numero della zia al cellulare. Strisciando i piedi (l'avesse visto quella buonanima di sua mamma, maniaca com'era delle pattine, avrebbe mugugnato senza requie per l'intera serata!) si diresse verso la piccola cucina, sbadigliando rumorosamente e grattandosi negligentemente il capo. Aprì la porta del frigorifero, di cui esaminò - senza vederlo - il contenuto, la richiuse, avvertendo una sgradevole acidità salirgli in gola. "Meglio saltar cena", si ammonì giudizioso, e ritornò in soggiorno. Qui spense il piccolo abat-jour e accese il lampadario centrale. Fu in quell'istante che ancora gli cadde lo sguardo su quel dagherrotipo. "Ohimemì! "(6) gli sfuggì in un gemito.

 L'immagine era ancora cambiata: adesso un gruppetto di persone si intratteneva di fronte a una bottega, come per commentarne l'esposizione. Decise di non dare importanza a quanto aveva certamente solo creduto di vedere, distogliendo immediatamente lo sguardo da quella fotografia e inserendo un DVD nel lettore e mettendo ad alto volume il suo impianto di diffusione. Si addormentò ancora in poltrona e si svegliò solo il mattino seguente. Con le membra anchilosate provò a tirarsi su: si sentiva stanco e preoccupato, la mente confusa. "Fortuna che ho preso qualche giorno di ferie", si consolò. Andò in bagno, si lavò e si preparò con molta meno cura del giorno precedente. Uscì, incontrando ben poche persone per via. L'aria fresca, tuttavia, gli fece bene. Più rinfrancato tornò a casa e si preparò una minestrina, col proposito di tenersi leggero e di stare lontano, per qualche tempo almeno, dalle prelibatezze di Nunziatina. Dopo mangiato si coricò, certo di aver accumulato troppa stanchezza nel periodo immediatamente precedente al natale. Dormì, infatti, profondamente e, al risveglio, nel tardo pomeriggio, non ricordava alcun sogno che avesse turbato il suo riposo. Evitò di passare in soggiorno e trascorse il resto della giornata in cucina, deciso a fare un po' d'ordine tra gli scaffali. Per cena, una tazza di latte e biscotti del Lagaccio fu sufficiente a saziare il suo debole appetito e, presa dal bagno una vecchia rivista, la sfogliò prima di riaddormentarsi nuovamente.

Il mattino dopo si sentiva decisamente più regaggïo (7) . Dedicò più tempo alla cura della sua persona, si vestì ponendo la consueta attenzione agli abbinamenti, indossò un cappotto grigio scuro, più sobrio di quello cammello, e uscì. Le quattro chiacchiere con la signorina Stimamiglio, le carezze a quella palla di pelo del suo barboncino, il rituale sfogliare i settimanali dal cordiale giornalaio, che gli indicò una nuova collezione di ex voto di Padre Pio da iniziare, lo misero di buon umore. Passò dal rosticcere e si concesse il lusso di due fette di Cappon magro (8): aveva deciso che il suo stomaco poteva riprendere con tranquillità il suo tran tran, ma voleva viziarlo con una leccornia per esso ormai rara (ricordava ancora sua mamma e sua nonna prepararlo dal giorno precedente quello in cui sarebbe stata consumato). A casa apparecchiò nell'angolo da pranzo del soggiorno: tirò fuori la tovaglia di Fiandra dei giorni di festa, il servizio buono di Sèvres (dono nuziale) che i suoi ben di rado avevano adoperato, e persino i fragilissimi calici di Boemia della povera nonna Titti. Mangiò con gusto ed appetito, concludendo con una fetta del pandolce che aveva comprato dalla pasticceria sotto i portici: non sarà stato come quello casalingo della zia Pinin, ma si faceva mangiare, specie pucciato nel vin santo che aveva stappato per l'occasione. Dopo il caffè fece quello che scientemente aveva rimandato di fare fino a quel momento: si alzò e andò a controllare il dagherrotipo. Era sicurissimo che la visione sarebbe stata la stessa di quando aveva sfasciato il pacco: una chiesa sopraelevata in una piazza deserta.

Le cose, però, stavano diversamente: alcuni uomini erano apparsi sul lato sinistro della piazza, nel caruggio (9) che correva di fianco alla chiesa, altri - dentro i palazzi - avevano alzato le persiane, come per spiare l'andirivieni della via.

Ebbe un lieve mancamento. Si appoggiò per un attimo alla tavola ancora apparecchiata, poi - non sopportando di stare ancora in quella sala - andò in cucina. Come faceva da bambino, chinò il viso sull'acquaio di marmo e bevve avidamente l'aegua do bronzin (10), come gli raccomandava sempre la mamma dopo uno spavento, . Rimase stordito in piedi, in mezzo alla cucina. Un chiassoso silenzio gli riempiva le orecchie e il cervello.

D'un tratto si riscosse e con passo deciso si diresse verso lo stanzino delle scope. Tirò giù la scatola delle carte e dei nastri, la rovesciò sul tavolo e prese a frugarvi freneticamente: "Ghe saià ben staeto un biggettin, pe-a misëia!" (11), ma, come già sapeva, non trovò nulla. Ricacciò tutto disordinatamente dentro la scatola, che scaraventò nello stanzino. Andò in ingresso, prese il cellulare e iniziò a fare un giro di telefonate a parenti e conoscenti per capire chi di loro gli avesse mandato quel maledetto dagherrotipo in cornice. Pochi, però, gli risposero: molti avevano approfittato delle feste per recarsi in villa (12), o erano in visita ad amici e familiari. Persino la zia Pinin era introvabile. Chi riuscì a intercettare aveva fretta, o non comprendeva la sua strana agitazione, o lo interrompeva per chiedergli notizie di questo o di quello. Nessuno sapeva nulla di cornici di legno e foto d'epoca.

Tornò in soggiorno.

Mise l'i-pod a stecca, fino a sentire male. Lo spense. Andò a sciacquarsi il viso. Lo asciugò. Prese un grosso volume dalla libreria. Lo rimise al suo posto, senza aprirlo. Si diresse a grandi falcate verso lo schermo al plasma. Non lo accese. Allungò la mano verso il dagherrotipo. Lo staccò dalla parete. Lo tenne tra le dita senza guardarlo. Poi lo fece.

Altri gruppetti di uomini erano comparsi sulla piazza: piccoli capannelli di persone che parevano chiacchierare animatamente tra loro.

La cornice gli scivolò dalle mani e il quadretto cadde sul vecchio pavimento di graniglia a mosaico. Il vetro che proteggeva l'immagine si infranse con suono acuto di rimprovero.

Faceva freddo, in quei giorni. Tirava una tramontana che persino le navi nel porto non riuscivano ad attraccare. Andò in camera e dal fondo dell'armadio tirò fuori un vecchio cappello di feltro di suo padre: lo sapeva caldo, e di calore aveva bisogno in quel momento. Aprì la porta d'ingresso e uscì.    

Quando, qualche tempo dopo, non avendo più avuto sue notizie al lavoro, lo vennero a cercare in casa, trovarono l'uscio ancora spalancato e l'appartamento deserto, come abbandonato in fretta e furia. La zia Pinin, che aveva accompagnato i carabinieri alla casa del nipote, raccolse il dagherrotipo ancora sul pavimento, tra i vetri infranti. "Di cosa si tratta, signora?" la interrogò il maresciallo con garbo inquisitorio. "Ninte, ninte, - rispose la vecchia asciugandosi, col dorso della mano increspata di anni, gli occhi nebbiosi di lacrime e ricordi - o l'ëa o presente ch'aveivo faeto a mae nevo pe'Dënâ . A l'è unna vegia fotografia da ciassa Banchi, donde seu baccan gh'aveiva o scagno"  (13). "Sciâ mïae - continuò - o poae o l'è sto chi: mae nevo o l'ëa paegio!"  (14) E indicò l'ultima figura apparsa sul dagherrotipo: un uomo ripreso di spalle, a gambe leggermente divaricate, le braccia appoggiate sui fianchi, come a scrutare la piazza davanti a lui.

Sul capo, un cappello di feltro. Caldissimo.

 

Aglaja

NOTE

(1) pandôçe in genovese: pandolce

(2) E' "a grati"! : è "gratis"!

(3) "Saiö abelinòu?" in genovese: "Sarò (diventato) stupido"?

(4) "Berrettin!" eufemismo genovese (sostituisce l'esclamazione più volgare "Belin!"): "Ca..spita!"

(5) lalla Pinin in genovese: zia Giuseppina

(6) "Ohimemì! " in genovese: "O povero me!"

(7) regaggïo in genovese: arzillo

(8) Cappon magro è una sorta di polpettone di pesci ed ortaggi, legato con salsa verde - spesso con della gelatina - e posto su gallette da marinaio bagnate d'acqua e aceto, guarnito con scampi e gamberi.

(9) Caruggio in genovese: tipico vicolo stretto del centro storico

(10) l'aegua do bronzin: l'acqua del rubinetto

(11) "Ghe saià ben staeto un biggettin, pe-a misëia!" in genovese: "Ci sarà ben stato un bigliettino, per la miseria!"

(12) in villa in genovese: la casa fuori città, solitamente nell'entroterra di Genova

(13) "Ninte, ninte, o l'ëa o presente ch'aveivo faeto a mae nevo pe'Dënâ . A l'è unna vegia fotografia da ciassa Banchi, donde seu baccan gh'aveiva o scagno" in genovese: "Niente, niente, era il regalo che avevo fatto a mio nipote per Natale. E'una vecchia foto di piazza Banchi, dove suo padre aveva l'ufficio".

(14) "Sciâ mïae, o poae o l'è sto chi: mae nevo o l'ëa paegio!"  in genovese: "Guardi, il padre è questo qui: mio nipote era uguale a lui!"

Aglaja 

 

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In ---> parole, genova, natale, fughe, regalo, aglaja, piazza banchi
sabato, 29 dicembre 2007 - 18:34

ILLUSIONISMI di Aglaja


La giornata era stata lunga e intensa.

Erano partite al mattino presto, in un'aurora che sarebbe restata a lungo negli occhi della bambina: dal finestrino di quel lungo treno ancora antico, con gli scompartimenti appannati di fumo e sbadigli non trattenuti, i sedili di prima classe ricoperti di velluto verde, polveroso e pungente, aveva visto il sole appena sorto glassare di rosa lucente le nuvole che accompagnavano il diradarsi della notte, e lo aveva sentito accendere di vita scoperta il suo visetto paffuto ed assonnato.

Si era deciso che occorreva rendere visita a certi amici di Torino, conosciuti tanti anni prima dai nonni e da una mamma ragazza - immaginata dalla bimba timida e introversa come lei - ad Uscio, in quella famosa Colonia Arnaldi dove si andava - a sentir la nonna - per patir la fame, conoscere bella gente e depurarsi, in attesa di tornare alle proprie mense imbandite di ogni alleato del colesterolo e del diabete.

Di questi famosi amici torinesi, la bimba aveva da sempre sentito favoleggiare "..e il signor G., che uomo distinto, che modi garbati!" "..e la galleria di dipinti del signor G., che meraviglia, che artisti prestigiosi!" "..e la signorina Maria, che brava ragazza, che educazione raffinata!" "..e che disgrazia la morte di quella povera signora! Che lutto! Che dolore! E che riserbo nel sostenerlo!". Poi, qualche mese prima, ecco che si erano inopinatamente materializzati sulla soglia della loro casa e allora la bambina aveva potuto finalmente dare un volto a quei fantasmi.

Il signor G. aveva realmente un'aura di distinzione ottocentesca che incantò la bambina. Lo figurava uscito da uno di quegli sceneggiati che in quegli anni la televisione trasmetteva: alto, ossuto e segaligno, radi capelli candidi che lasciavano sgombra una fronte spaziosa  e bombata, certamente attraversata - pensò la bambina - da pensieri profondi, pelle sottile e diafana, vene azzurrine sulle tempie ed importanti favoriti.  Lo sguardo era chiaro e in apparenza smemorato, forse perso in altezze iperuraniche, ma velato di una bontà cortese e compassionevole. Vestiva di grigio scuro, e sul reverse della giacca elegante spiccava un bottone rivestito di stoffa nera, segno di un lutto avvertito ancora come recente.

Sua figlia Maria era esattamente come la bambina immaginava le signorine zitelle, sfuggite - per volere o per forza - al giogo di un destino matrimoniale per rimanere ad accudire genitori egoisticamente amorevoli. Aveva grandi e bovini occhi scuri, dallo sguardo languido e curioso, i capelli neri - tra cui spiccavano argentei fili di precoce invecchiamento - tagliati alla moda di almeno vent'anni prima, trattenuti di lato da una semplice forcina. Indossava un cappottino color tortora, sobrio al limite del dimesso, come dimessa e modesta era l'espressione del viso, appena incipriato di polvere rosata dal profumo dolciastro, che colpì l'olfatto della bimba costretta, suo schifato malgrado, ad accogliere la richiesta di un bacio sulla guancia.

Entrambi pronunciavano le frasi di circostanza e di saluto con un accento dalle larghe vocali che la bambina non aveva mai sentito in precedenza e che le suonò dolce e benevolo, in confronto a quello ligure, dalle venature sarcastiche, che era abituata ad ascoltare.

Erano stati fatti accomodare nella Sala Da Pranzo (quella che la nonna pronunciava con tanta orgogliosa enfasi da far sentire nettamente le maiuscole che le attribuiva) ed era stato loro offerto un Caffè (anche questo maiuscolo), che era stato servito nella panciuta caffettiera d'argento e versato nelle tazzine turchine, trapuntate di stelle d'oro come il rivestimento interno, disposte con studiata simmetria sul vassoio d'argento più grande, intorno a un trionfo di amaretti e pasticcini.  

La conversazione (come tutte quelle che, in seguito, la bambina udì con quegli ospiti) aveva seguito uno schema ben preciso: si era partiti dai convenevoli d'obbligo - "Vi trovo bene!" "Che bella cera!" "Non siete per nulla cambiati!" "Una casa accogliente!" "Che arredamento di gusto!" "Che bella bambina!" - con quella necessaria e rassicurante ipocrisia dettata dalla buona educazione. Poi si era scivolati ai giorni trascorsi alla Colonia Arnaldi - "Ah, che bei ricordi!" "Che settimane rilassanti!" "Come si soffriva la fame!" "E le tisane? Ricordate che sapore disgustoso?" "Che belle passeggiate!" "Che lunghe chiacchierate!" "Vi rammentate della famiglia R.?" "E di quei simpatici signori F., che ne è stato?" - rivissuti come un Eden irrimediabilmente perduto, spazzato via da tragedie successive che avevano impietosamente travolto le loro esistenze. Paradossalmente proprio su tali tragedie si sorvolava con fine non chalance, appena carezzata da eloquenti sospiri di rimpianto. Quindi ci si era rituffati nel presente, sugli aggiornamenti riguardanti parenti e relativa prole, su acquisti e investimenti, sulle rispettive attività ,  e la conversazione era così divenuta insostenibilmente noiosa per la bimba, che si era nascosta sotto il grande tavolo col cane, in mano una matita e un notes. D'un tratto, spuntò il viso pallido e sorridente del signor G. che si era inclinato di lato a 90 gradi per interloquire con la piccola: "Ti annoi?" domandò, con il tono cortese e deciso di chi già aveva compreso. La bambina, che mai avrebbe offeso una persona così squisita, protestò: "Oh no, affatto!" e sorrise, certa che il dialogo si sarebbe chiuso così. Invece l'uomo gentile continuò: "In realtà certe conversazioni sono davvero insulse" pronunciando quest'ultima parola quasi in un sussurro, accompagnato da una sorprendente strizzata d'occhio. "Fammi vedere cosa stai disegnando", le chiese ancora. La bimba, timidamente, porse il taccuino, dove il cane, arrotolato tra i suoi ricci corti di barbone ben curato, si era trasferito dal tappeto alla carta a quadretti. "Davvero interessante" borbottò. Quindi, si tirò su, non senza qualche scricchiolio delle ossa. Fu il turno della bambina di sbucare da sotto il tavolo: "Vuol vedere degli altri disegni?" osò, meravigliando se stessa. "Volentieri" rispose il distinto signore. Si allontanarono dalla sala da pranzo (in minuscolo) tra i sorrisi condiscendenti degli altri adulti. Nello studio della mamma, dove teneva i suoi album impilati sul vecchio pianoforte, iniziò un serissimo dialogo tra l'anziano gallerista e la bambina sulle tecniche che questa usava per disegnare, del suo rifiuto di usare i colori, preferendo i chiaroscuri del carboncino e i tratti decisi della china, del circoscrivere il soggetto rappresentato senza inserire altri particolari, per isolarlo dall'ambiente. Dal disegno si passò alle parole che la bambina amava scrivere, abbozzi di poesie, ritratti di persone viste o immaginate, emozioni finalmente rivelate ma trattenute dal laccio di rime ingenue e pompose. Il signor G. era abile nel farla parlare, riflettere, seguirlo in ragionamenti sempre più complessi e profondi, in un godimento evidente per entrambi. Le parlò della sua galleria, degli artisti che esponevano da lui, di una ragazza, Gemma, che aveva seguito dai suoi primi passi all'affermazione. La interrogò sulla vita, sul valore dei giorni e degli istanti, le disse del doppio sguardo che un artista deve avere, tra l'oggettività del reale e la sua soggettiva apparenza.

Venne l'ora del congedo. I commiati furono cerimoniosi e carichi di promesse di rivedersi presto, e la bambina dolorosamente pensò che, come sempre, non vi sarebbe  stata continuazione e si sarebbe ripresa la solita vita trascorsa in disparte, senza contatti - "come appestati", si ripeteva - rassegnata e in fondo convinta che quello fosse il loro giusto destino. Invece, qualche mese dopo, complice una rinnovata corrispondenza tra la signorina Maria e la mamma, fu presa l'inattesa decisione: ci si sarebbe recati a Torino per contraccambiare  la visita.

Il viaggio era stato lungo, ma l'eccitazione aveva impedito alla bambina di appisolarsi e persino di leggere. Non era mai stata a Torino e in quell'anticipo di primavera non le parve la città un po' grigia e "squadrata" di cui aveva sentito parlare dal nonno, che era rimasto a casa con il cane. Anzi, i portici alti, le strade dagli incroci regolari come quelli di una scacchiera, le piazze grandi e ordinate, persino il traffico, che le parve discreto e ovattato come la voce di quel suo amico garbato, le davano un senso di familiarità ed accoglienza. Il taxi le portò rapidamente nella via centrale dove abitavano i G. La casa stava in un palazzo dalla fiorita grazia del primo novecento. Suonarono alla porta dell'appartamento e fu proprio la signorina Maria, con la stessa pettinatura e la stessa modesta semplicità, ad aprire. Il padre era rimasto qualche passo indietro, sorridente e pacato nel salutare le ospiti. Non era una casa vasta, o così parve alla bambina, ma forse tale impressione era dovuta alla quantità incredibile di ninnoli, cornici, fioriere, oggetti delle più varie dimensioni che ingombravano ogni centimetro di qualsiasi possibile superficie. Le pareti, poi, erano letteralmente rivestite di quadri, stampe, disegni che subito incantarono la bambina, che si mise ad osservarli con grande attenzione, mentre i grandi replicavano la conversazione di qualche mese prima, sorseggiando rosolio offerto in minuscoli bicchierini di cristallo, e degustando squisiti cioccolatini e speciali giandujotti di un famoso negozio cittadino. Dopo qualche minuto la raggiunse il signor G., che riprese a dialogare con lei come se non fossero trascorsi che pochi minuti dal loro precedente colloquio. Le mostrò, in particolare, i quadri di Gemma, illustrandole la tecnica del puntinismo, che la pittrice aveva adottato. Le spiegò con pazienza, ma rivolgendosi a lei come un'adulta, quanto importante fosse, in questa tecnica, la stesura del colore, che viene depositato a tratti o sotto forma di punto, utilizzando solo i colori primari.
"Vedi, - le disse sorridendo - tanti minuscoli punti sovrapposti formano il colore scelto, i contrasti così si fondono, dando l'impressione, per chi osserva l'immagine riprodotta, di sfumature e toni che in realtà sono la sovrapposizione dei colori primari". "E' un inganno, quindi", dedusse la bambina. "In un certo senso sì - le rispose il gallerista - ciascun colore è influenzato dal suo vicino, e quindi i colori, non mescolati ma accostati, creano un simultaneo contrasto. La fusione dei colori, in questo modo, non avviene nel quadro ma nella retina dell'osservatore. Riesci a comprenderlo?" "Penso di sì - annuì la piccola - il pittore fa vedere ciò che non c'è sulla tela ma solo negli occhi di guarda". Il signor G. allargò il suo sorriso e offrì un cioccolatino alla bambina, che lo gustò soddisfatta.

Giunse così il momento di salutarsi. La bambina era dispiaciuta di dover ripartire, ma il signor G. pronunciò un "Arrivederci!" così carico di promesse che ella ne fu riconfortata. Una vettura le riportò in stazione, dove già il loro treno era fermo sui binari.

Il viaggio di ritorno, senza più sogni e aspettative si preannunciava ben più monotono di quello d'andata. I giornalini che le erano stati acquistati furono ben presto letti e dimenticati. Il buio della sera velava impenetrabilmente il paesaggio che correva veloce, e le luci del percorso ferrato si allungavano in inquietanti scie luminescenti. La nonna aveva già cominciato a russare in modo insopportabile, tanto che un viaggiatore - con silenzioso ma esplicito disappunto - si era allontanato sbuffando dallo scompartimento. Il suo posto, tuttavia, non tardò ad essere nuovamente occupato da un signore che, fino a quel momento, era rimasto in piedi nel corridoio. Egli aveva con sé una valigetta nera, che preferì tenere in grembo, invece di adagiarla nel portabauli sopra i sedili. Pareva incurante dei rombi di tuono che la nonna emetteva pacifica, anzi, dimostrò subito il suo buon umore iniziando a chiacchierare con gli altri passeggeri. Era una persona di compagnia, amabile nel conversare, e abile nell'intrattenere con facezie e sapide battute il piccolo pubblico di stanchi viaggiatori. Quando la nonna si svegliò, destata dalle risate strappate dallo strambo signore ai suoi ascoltatori, con grande stupore della bambina, partecipò all'allegria generale, mostrando anch'ella di apprezzare la compagnia di quell'uomo. Questi, poi, si rivolse direttamente alla bambina: "E questa bimba che non dice nulla, vuole almeno rivelarmi il suo nome?". Imporporandosi come sempre, lei glielo disse. "Che bel nome! E'il nome di una principessa, lo sai?" "Quella si chiama anche Maria" borbottò la piccola scorbutica, che doveva le sue informazioni ai settimanali di pettegolezzi che la nonna non si faceva mancare. "Oh oh! Siamo di cattivo umore, eh?" non si lasciò smontare il tipo. "Ti propongo un gioco, ci stai?" "Vabbè.." accondiscese lei di malavoglia. Allora il signore aprì la misteriosa valigetta, che ancora riposava sulle sue ginocchia, e ne estrasse un mazzo di carte. Poi tirò fuori dal taschino una penna e un taccuino. Ne strappò un foglio e vi scrisse in fretta qualcosa. Poi lo ripiegò e lo diede alla bimba perché lo tenesse senza guardarlo. Quindi la invitò a scegliere una carta da quel mazzo e a mostrarla. Era un dieci di cuori. L'uomo chiese alla bambina di aprire il foglietto: vi era scritto "5 di cuori". "Ha sbagliato", rimarcò lei con una punta di divertita crudeltà. "Hai proprio ragione", rispose lui con aria contrita e, rivolgendosi a uno dei passeggeri che stava fumando una sigaretta, chiese "Può gentilmente prestarmi il suo accendisigaro?". Questi glielo porse, un poco perplesso. "Hai proprio ragione" ripeté, rivolto nuovamente alla bambina "Sai che facciamo? Diamo fuoco a questa carta cattiva che non mi obbedisce" e, così detto, avvicinò la fiamma alla carta che, magicamente, invece di incendiarsi, mutò il suo valore in un cinque di cuori. La bimba era rimasta a bocca aperta e così gli altri viaggiatori che scoppiarono in un vigoroso applauso. Prima che questo si affievolisse, l'uomo avvicinò la propria mano al viso della piccola scettica ammonendola: "Non bisogna rimanere con la bocca aperta: non sai mai cosa ci può finire dentro!" e così dicendo la bambina sentì per un attimo sulle proprie labbra il gusto freddo e metallico di una moneta, che lo strano tizio fece immediatamente sparire, per farla poi riapparire dietro l'orecchio della nonna. Ma le sorprese non erano ancora finite: dalla valigetta adesso apparvero due grandi anelli lucenti "Puoi dare un' occhiatina per controllare che non siano rotti?" le chiese ancora. La bambina verificò la loro integrità e il signore, con molta serietà si rivolse agli altri passeggeri: "Siete d'accordo anche voi che gli anelli sono intatti, vero?" Tutti annuirono, mentre quello li faceva tintinnare, scontrandoli tra loro ripetutamente. "E allora come spiegate questo?" e nell'istante in cui pronunciò quelle parole ecco che gli anelli si incatenarono tra lo stupore generale. La bambina rimase a bocca serrata, ma l'uomo questa volta fece scivolare delicatamente da dietro il suo collo un foulard rosso, con cui legò ancora i due cerchi che, nel frattempo, si erano nuovamente separati. "Sai fare un bel fiocco?", le chiese sorridendo. Questa volta lei ricambiò il sorriso e disse: "Certo!" e lo annodò con cura. "Mmmh.. un fiocco coi fiocchi!" esclamò ridendo l'uomo che, alzatosi, dopo aver fatto passare gli anelli dietro la schiena, li mostrò separati ai suoi meravigliati spettatori, offrendo intatto alla bambina il fiocco rosso ancora annodato. "Bravo! Bravo! Ma come ha fatto?" si risolse finalmente a domandargli "Io l'ho seguita con attenzione, ma non ho capito come c'è riuscito". "Vedi, - le rispose il signore fattosi serio - potrei risponderti che sono un mago ed è magia quella che ho usato. Ma queste sono illusioni: nulla di quanto hai visto è come appare". "La magia è negli occhi di chi guarda!" si illuminò la bimba, rammentando i quadri di Gemma illustrati dalle parole del signor G. "Lei fa sì che noi vediamo ciò che *lei* vuole che vediamo". "E'così, piccola filosofa. Nulla è come sembra " rise lui. Ma intanto era arrivato alla sua fermata. Chiuse la valigetta, si infilò la giacca e ne trasse ancora una carta da gioco che porse alla bambina. Salutò in fretta e scese di corsa dal treno. Intanto la bimba aveva girato la carta. Era, in realtà, un biglietto da visita. Vi era scritto: "Antonio E., in arte MAGO TONY" e, più in basso, "idraulico".

Aglaja

 Le altre storie della bambina sono QUI

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In ---> torino, bozzetti, illusionismo, aglaja, puntinismo
giovedì, 20 dicembre 2007 - 15:12

 

In attesa di un momento di pace per ricominciare a scrivere, vi lascio un bacione e qualche immagine. Grazie a tutti per le vostre parole affettuose. A presto!

Aglaja

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In ---> foto, aglaja
mercoledì, 12 dicembre 2007 - 14:54
VUOTO PNEUMATICO&TEDIO SINTETICO



Vuoto Pneumatico
e Tedio Sintetico "sont les mots qui vont très bien ensemble, très bien ensemble..".

Non vogliono dire nulla, ma danzano in me, vogliono essere risolte in un racconto. Sono giorni che mi tormentano e che mi interrogo sul loro significato.
Sono due personaggi in cerca d’autore? (Solo due: conosco i miei limiti..)
E chi possono essere?


IPOTESI 1

Cinquant’anni sullo stesso pianerottolo e “Buongiorno” “Buonasera” e poco altro (“Saluti alla signora” “Complimenti, che bella bambina!” “Per il ris